TARTARUGHE ESOTICHE ACQUATICHE

Chrysemys, Graptemys, Pseudemys, Trachemys

DESCRIZIONE

CLASSIFICAZIONE

ORDINE

TESTUDINES

SOTTORDINE

CRYPTODIRA

FAMIGLIA

EMYDIDIAE

GENERI

CHRYSEMYS
GRAPTEMYS
PSEUDEMYS
TRACHEMYS

Molte sono le specie esotiche di tartarughe acquatiche allevate nel nostro paese, ma qui ci limiteremo a trattare le specie più diffuse e soprattutto adatte all’allevamento all’aperto ai nostri climi che sicuramente le emididi provenienti dal nuovo mondo noti anche con il nome di tartarughe della Florida e sempre disponibili sul mercato, esposte in affollatissime vaschette.

In questa sede, grazie ad abitudini ed esigenze molto simili, tratteremo le specie appartenenti ai quattro generi nel loro complesso.

DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA

L’areale più vasto di distribuzione è occupato dal genere Chrysemys (in rosa nella mappa) che con le sue quattro specie è  ampiamente diffusa in tutto il Nord America dal Messico al Canada. Graptemys (in marrone nella mappa) e Pseudemys (in giallo nella mappa) sono diffuse nelle regioni orientali dell’America settentrionale. Le Trachemys (in verde nella mappa) occupano un’ampia zona che va dal Nord del Brasile al Sud degli Stati Uniti passando per tutta l’America centrale: le Trachemys scripta elengans occupano l’areale sud-orientale, mentre le Trachemys scripta scripta sono distribuite nelle regioni più settentrionali fino al Canada.

TASSONOMIA SPECIE E SOTTOSPECIE

I quattro generi trattati comprendono molte specie e sottospecie non tutte però interessate alle massicce attività commerciali che coinvolgono le specie a noi più familiari.


SPECIE

(CHRYSEMYS) PICTA
(GRAPTEMYS) GEOGRAFICA – PSEUDOGEOGRAFICA
(PSEUDEMYS) CONCINNA – NELSONI - RUBRIVENTRIS
(TRACHEMYS) SCRIPTA

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE

Le specie del genere Chrisemys hanno dimensioni modeste che non superano i 25 cm nelle femmine; la più conosciuta è probabilmente la Chrisemys picta bellii molto ricercata dagli appassionati per la colorazione particolarmente vivace del piastrone che presenta dei disegni scuri su fondo rosso.
Le Graptemys sono ugualmente tartarughe di modeste dimensioni che non arrivano ai 30 cm; la specie più commerciata in Italia è sicuramente la Graptemys pseudogeographica. Il carapace di forma ovale mostra una evidente carenatura sulle vertebrali e tende ad allargarsi sulle marginali posteriori che si fanno molto dentellate: esso ha una colorazione di fondo bruno-grigiastra con delle macchie scure su ogni placca. Il piastrone è giallo con dei disegni grigiastri diffusi. La cute grigio-olivastra presenta delle striature avorio. Nei giovani la colorazione è molto più decisa e i segni sulla corazza e sulla cute sono  molto marcati tanto da formare delle striature che ricordano i disegni di una carta geografica, cosa che le ha procurato il nome comune di “tartaruga falsa carta geografica”.
Le specie appartenenti al genere Pseudemys sono sicuramente quelle che raggiungono le dimensioni maggiori tra tutte quelle trattate; possono raggiungere tranquillamente i 40 cm. Sono tartarughe che in giovane età presentano una colorazione del carapace verde scuro con complessi disegni ben delineati gialli o di un rosso vivo, come in Pseudemys rubriventris o Pseudemys nelsonii; da adulte però le macchie tendono ad affievolirsi o a scomparire sul fondo scuro che arriva ad assumere una colorazione nera compatta negli esemplari più anziani. Il piastrone è uniformemente giallo o assume toni rossastri in alcune specie. La cute bruno-verdastra presenta delle striature bianco-giallastre.
La Trachemys scripta scripta è oggi la più commerciata sul mercato acquariofilo. Il carapace ha una colorazione verdastra con disegni gialli, il piastrone ha disegni bruno-verdastri su fondo giallo; la cute è ugualmente verdastra con evidenti striature bianco-giallastre.
Trachemys scripta elegans  è sicuramente la specie più nota nel nostro paese a causa del massiccio commercio effettuato dagli anni settanta fino agli inizi dell’ultimo decennio del secolo scorso quando una norma CITES ne ha vietato le importazioni in Europa. Carattere distintivo della sottospecie è la macchia arancione della membrana timpanica che le ha procurato il nome comune di “Tartaruga americana dalle orecchie rosse”.
A causa dell’allevamento intensivo di queste specie a scopi commerciali gli esemplari in vendita sono spesso frutto di incroci e ibridazioni tra diverse sottospecie, pertanto risulta piuttosto difficile individuare chiaramente le caratteristiche distintive delle specie. Molto comuni sono gli ibridi tra Trachemys scripta scripta e Trachemys scripta elegans che appaiono con la striatura della cute tipica della prima, ma evidenziano la colorazione arancione della seconda.

HABITAT NATURALE

In natura queste tartarughe frequentano gli ambienti acquatici più disparati: grandi fiumi, laghi, stagni o bacini artificiali e qualsiasi corso d’acqua.

COMPORTAMENTO E ABITUDINI DI VITA

Si tratta di tartarughe molto legate all’habitat acquatico che non si avventurano mai sulla terraferma se non per la deposizione delle uova. Generalmente passano le loro giornate a prendere il sole su tronchi galleggianti o sulla riva, ma sempre in posizione molto prossima all’acqua; infatti, si tratta di tartarughe molto timide che si rifugiano velocemente in acqua ad ogni minimo rumore.

RAPPORTO CON L’UOMO

STORIA DEL RAPPORTO CON L’UOMO

Le  tartarughine verdi, poco più grandi di una moneta da un euro, che troviamo in abbondanza alle fiere o nei negozi di acquarifilia provengono generalmente da “turtles farms” (allevamenti specializzati americani) o da allevamenti europei. Generalmente tali strutture utilizzano un metodo d’allevamento in semilibertà (ampi bacini recintati), mentre per l’incubazione delle uova impiegano il metodo artificiale in grandi incubatrici che accelerano o rallentano il periodo di incubazione in modo da rispondere alle esigenze di mercato. I piccoli appena nati vengono impacchettati e avviati al commercio internazionale. Le tartarughine, spedite ai grossisti che le smistano ai negozianti, sono sottoposte ad un percorso di sofferenze e stenti fino ad arrivare nelle vaschette con la palma di casa nostra: durante questi viaggi sbalzi di temperatura, malnutrizione e pessime condizioni igieniche di stabulazione provocano la morte di molti esemplari.
Ogni anno a partire dai primi anni settanta sono state inviate enormi quantità di questi neonati di tartaruga (solo in Italia circa 2 milioni l’anno)  e sono stati immessi nei mercati di tutto il mondo.

Benché la maggior parte di questi animali non sopravviva a lungo in cattività a causa delle cattive condizioni di trasporto e di stabulazione, la esigua parte di essi (circa un 5%) che riesce a superare il primo anno di vita ha una elevatissima probabilità di venire abbandonata nei corsi d’acqua del paese d’arrivo a causa dell'aggressività e delle eccessive esigenze d’allevamento necessarie ad un esemplare adulto che può tranquillamente raggiungere i 20 cm in 4-5 anni. Questo fenomeno ha portato alla naturalizzazione della specie in molti paesi del mondo dove un clima favorevole che ha consentito loro di riprodursi, oggi ad esempio troviamo colonie selvatiche di questi emidi a Singapore.
Il centro Carapax nel 1995, nel tentativo di contrastare il fenomeno bloccandone l’importazione in Italia, contava che circa 20000 esemplari di Trachemys scripta elegans venissero liberati  in Italia ogni anno dando luogo ad un fenomeno sicuramente pericoloso per l’ambiente naturale e dai risvolti imprevedibili nel tempo.
L’impatto prodotto da questo fenomeno è stato negli ultimi anni al centro di numerosi progetti di studio e monitoraggio in particolare su Trachemys scripta elegans che sicuramente è la specie più diffusa in natura sul nostro territorio nazionale (Cfr. BALLASINA D.).

PROTEZIONE - STATUS GIURIDICO

Tutte le specie trattate sono commerciabili in Italia fatta eccezione per le Trachemys scripta elegans che dal 2000 è inserita nell’Allegato B del Regolamento CE 338/97: per quanto riguarda tale specie possono essere immessi sul mercato esemplari provenienti da allevamenti europei in possesso di regolari documenti attestanti la nascita in cattività. Infatti, detenerle e allevarle è consentito, ma ogni successo di riproduzione va segnalato agli uffici CITES e registrato negli appositi registri.

Tale limitazione è stata resa necessaria dal fatto che le piccole tartarughine, quando non muoiono nel giro di poche settimane crescono molto rapidamente e divengono inoltre molto voraci e aggressive; questo oltre a procurare notevoli problemi a chi decide di continuare a garantire loro condizioni e spazi adeguati spesso dopo i primi morsi induce i proprietari a perpetrare sconsiderati abbandoni in natura, cosa che potrebbe essere alla base di importanti squilibri nell’ambito dei nostri habitat naturali. Per questa ragione la Comunità europea ha bloccato le importazioni di questa specie ritenendola un pericolo ecologico e ambientale per fauna e flora locali. Inoltre, l’eccessivo commercio perpetrato nei confronti di questa specie per almeno un ventennio ha provocato una drastica diminuzione degli esemplari selvatici nei loro luoghi d’origine probabilmente a causa del fatto che le “turtles farms” (allevamenti specializzati americani) sembra si procurassero gli esemplari riproduttori direttamente in natura.
Nonostante l’introduzione di tali normative sia stata animata da sentimenti di salvaguardia ambientale e di tutela della specie, in realtà non ha apportato sostanziali modifiche alla gestione delle importazioni e non ha neanche limitato l’abbandono di esemplari esotici sul nostro territorio. L’insuccesso è dovuto al fatto che la legislazione attuale vieta l’importazione di quella che, all’epoca della sua entrata in vigore, era la specie più importata e commerciata in Europa e probabilmente nel mondo. Infatti, l’importanza di tale commercio ha fatto si che questo divieto ha solo dirottato l’interesse verso le specie non protette mettendone in pericolo la sopravvivenza nei paesi d’origine. Inoltre, anche il pericolo ambientale apportato da determinate specie, potrebbe essere maggiore di quelle della Trachemys scripta elegans comunque proveniente da regioni a clima generalmente più caldo e umido del nostro. Infatti, ci si sta rendendo conto che altre specie come Chrysemys, Graptemys e Trachemys scripta scripta sono più adattabili ai nostri climi in quanto provenienti da regioni settentrionali e pertanto più rigide. Pertanto, anche la Chrysemys picta, ricercatissima dagli appassionati, è stata inserita nell’Allegato B del Regolamento CE 338/97, tramite il regolamento CE n. 1497 del 18 agosto 2003.

Negli USA è vietato il commercio di esemplari con carapace inferiore ai 10 cm (Cfr. KIRKPATRICK D.T.); poiché alla base degli abbandoni c’è spesso l'aggressività e la difficoltà di gestione degli esemplari adulti che a causa delle notevoli dimensioni (una femmina adulta di Pseudemys concinna può tranquillamente raggiungere i 40 cm di lunghezza) non trovano adeguati spazi negli appartamenti, ma non sono neanche facilmente ricollocabili sul mercato, una norma tipo quella applicata negli Stati uniti stimolerebbe ad acquisti più responsabili in quanto ci si trova di fronte ad un animale adulto che non presenta le "tenere" caratteristiche di un neonato che nel caso di una buona stabulazione non tarda a raggiungere in soli due anni: un esemplare con un piastrone di 10 cm si può già ritenere sub-adulto, può essere allevato all’aperto da subito, è più resistente ed ha meno probabilità di morire rispetto ad un neonato e comunque ha certamente esigenze maggiori in termini di spazio e di igiene.

L’introduzione di una specie esotica in un habitat non proprio è un’azione irresponsabile e pericolosa per gli equilibri naturali dell’ambiente stesso ; per questa ragione la legge vieta e persegue l’abbandono di specie esotiche sul territorio italiano (Cfr. SCALERA R.). La diffusione di specie esotiche nei nostri ambienti naturali è ritenuta una delle principali minacce alla biodiversità e sicuramente è fonte di altri rischi dati dalla eventuale incontrollabilità di fenomeni quali ad esempio:

  1. naturalizzazione e invasione biologica dovuta alla mancanza di predatori conseguente all’estraneità della specie rispetto alla catena alimentare dell’habitat di introduzione;
  2. diffusione di patologie estranee all’habitat di introduzione;
  3. interazione con specie autoctone più fragili e vulnerabili e conseguente estinzione delle stesse col rischio di provocare gravi squilibri ambientali.

Alla luce di tutto ciò è chiaro il turbamento che la presenza di una specie esotica può causare su un ambiente naturale ed inoltre, introdurre una specie non locale nel nostro territorio è un azione illegale. Il buon senso ci dice che patologie estranee al nostro habitat possono essere prodotte da animali importati per il semplice fatto di essere presenti sul nostro territorio e poco cambia che siano nel giardino di casa nostra o nel canale tra i campi coltivati, e quindi sembrerebbe inevitabile se non bloccando l’importazione di specie esotiche cosa improponibile nella nostra realtà globale. Altra cosa sono i rischi di predazione e competizione diretta con specie autoctone che è data da una diretta interazione degli esemplari esotici con il nostro habitat naturale. Pertanto, senza demonizzare eccessivamente le povere tartarughe che nuotano nei laghetti dei nostri giardini pubblici, possiamo dire che la presenza di alcuni esemplari in ambienti artificiali, non provocando contatto con l’ambiente naturale, non è da ritenersi una minaccia per lo stesso. Si tratta di animali comunque abbastanza vulnerabili e sicuramente non infestanti e ingestibili come altre specie faunistiche: la rana toro americana (Rana catesbeiana) la cui introduzione nel nostro paese ha prodotto effetti nefasti sull’ambiente naturale.

Alla stessa stregua delle tartarughe terrestri di specie esotiche introdotte e oggi oggetto di tutela in diverse regioni d’Italia, queste popolazioni di tartarughe americane giunte a causa del nostro impulso consumistico che ne fa oggetti di desiderio, che dopo diverse “torture” sono riuscite a ricavarsi un posto al sole nei laghetti melmosi e inquinati di città andrebbero quanto meno rispettate. E se “per sbaglio” un giorno alcune di loro dovessero riuscire a riprodursi non ci spaventiamo troppo, non si tratta dell’invasione dei dinosauri. Non dimentichiamoci che siamo uomini e che la nostra storia ci dimostra come siamo più bravi a distruggere che a conservare!

Acquistare animali importati o provenienti da commercio clandestino significa sostenere lo sfruttamento di questi animali costretti spesso a condizioni che li conducono lentamente alla morte, quindi è necessario avere cura di acquistare solo animali di provenienza certa e legale.
Negli scorsi anni, al fine di evitare gli abbandoni in natura, ritenuti responsabili della rarefazione delle nostre Emys orbicularis, i centri per la salvaguardia delle tartarughe hanno raccolto molti esemplari da privati che non avevano più intenzione di tenerli.
Oggi se per qualsiasi ragione non potessi o non volessi più tenere la tua tartaruga, non l’abbandonare: TARTOOMBRIA mette a tua disposizione il progetto adozioni.

ACCLIMATAZIONE E PRESENZA IN UMBRIA

Le prime segnalazioni di abbandono di esemplari di Trachemys scripta elegans  sul territorio italiano risalgono agli anni sessanta, epoca in cui il commercio di questi rettili ha intrapreso la sua ascesa. La specie esotica di tartarughe che ancora oggi, a distanza di anni dall’entrata in vigore del Regolamento che ne vieta l’importazione nella comunità europea, è più diffusa sui nostri bacini naturali e artificiali è certamente la Trachemys scripta elegans.
Recenti studi condotti in ambito nazionale, hanno rivelato tuttavia che il rischio ambientale legato alla diffusione di questa specie è relativamente limitato; infatti, la riproduzione in natura sembra possibile solo in alcune regioni italiane, generalmente non conta successi elevati e comunque i neonati sembra non siano i grado di superare i rigori del primo inverno, principale causa di morte anche per gli esemplari adulti (Cfr. FERRI V., PAROLINI L., AGOSTA F., SOCCINI C.).
La pubblicazione “Anfibi e Rettili in Umbria” (Ragni B., 2006), pur limitando le segnalazioni ad esemplari di Trachemys scripta elegans, conferma la presenza dell’emidide americano in 9 siti, con una diffusione pari a 0,089. Tale realtà è chiaramente connessa ai frequenti  abbandoni risultanti dall’intensa attività commerciale degli anni passati, ma per poter parlare concretamente di specie naturalizzata in grado di vivere e riprodursi nel nostro territorio sarebbero necessari studi approfonditi in materia.
Durante le nostre passeggiate in Umbria, oltre che in diversi giardini privati, abbiamo trovato piccole colonie di questa specie nei laghetti perugini del “Percorso Verde” e del Parco del Sole, ovvero la “Città della Domenica” dove, trattandosi di bacini artificiali la presenza di questi rettili non causa gravi problematiche ambientali. Inoltre, a volte, nei laghi e nei corsi d’acqua regionali è capitato che qualche esemplare di queste tartarughe abbia abboccato agli ami dei pescatori.

ALLEVAMENTO IN CATTIVITA’

SISTEMAZIONE

L’allevamento delle tartarughe in appartamento è sempre sconsigliato fondamentalmente a causa del fatto che la mancata esposizione ai raggi solari naturali causa spesso malattie ossee e squilibri metabolici che producono gravi deformazioni al carapace; infatti, l’allevamento di esemplari adulti richiede spazi adeguati all’aperto in grado di garantire una buona esposizione diretta ai raggi solari, una consistente quantità d’acqua sufficiente a proteggere le tartarughe dagli sbalzi termici esterni e dalle basse temperature invernali. Per una sistemazione adeguata si potrebbe far riferimento alle indicazioni fornite in merito alle nostre Emys orbicularis, ma va tenuto conto delle maggiori dimensioni delle specie americane e del fatto che la voracità delle stesse probabilmente renderà irrealizzabile qualsiasi tentativo di coltivazione di piante acquatiche o allevamento di pesci e chiocciole se non nel caso della realizzazione di un bacino veramente grande.

I piccoli appena nati o acquistati dovrebbero essere sistemati in un contenitore con una buona quantità d’acqua e una piccola zona emersa e possibilmente delle piante acquatiche. E’ consigliabile allevare queste tartarughine all’aperto già dal primo anno proteggendole da eventuali attacchi di cani, gatti, ratti, cornacchie e volatili da cortile. Tuttavia durante il primo inverno è necessario non esporre i piccoli a temperature troppo basse, pertanto sarebbe meglio porli in casa in un acqua-terrario riscaldato in acqua alla temperatura di 24° e nella parte emersa dal calore di una lampadina; un contenitore tenuto in casa, ma non riscaldato, durante la stagione invernale permane generalmente ad una temperatura compresa tra i 16° e i 22° letale per le tartarughe in quanto non ne consente il letargo perché troppo elevata, ma non è abbastanza per consentire il ciclo vitale attivo. Di conseguenza, non è ipotizzabile l’allevamento delle tartarughine nelle classiche vaschette in plastica con la palma; infatti, la minima quantità d’acqua contenuta in queste vaschette sottopone gli animali a continui sbalzi termici che a breve le procurano inappetenza e disturbi all’apparato respiratorio causandone a breve la morte.   

ALIMENTAZIONE

I giovani sono prevalentemente carnivori, ma gli adulti possono essere considerati onnivori; infatti, i vegetali diventano un elemento fondamentale della loro dieta. In natura l’alimentazione di queste tartarughe è molto varia comprendendo crostacei, pesci, insetti, piccoli mammiferi, carogne, alghe e piante acquatiche e tutto ciò che di commestibile è disponibile.
In cattività, ugualmente, l’alimentazione dovrebbe essere la più varia possibile. L’utilizzo di cibi confezionati non deve infatti escludere la somministrazione di cibi freschi sia di origine animale (pesci e crostacei) sia vegetale (insalata, verdure e frutta).
L’alimentazione è molto importante per la salute dei nostri animali e non va dimenticato che squilibri alimentari in eccesso o in difetto causano deformazioni, malattie e morte.

LETARGO

In natura, dato il vasto areale di distribuzione di queste specie possiamo dire che il loro ciclo vitale varia al variare della latitudine, per cui avremo le popolazioni delle regioni meridionali che grazie ad un clima costantemente caldo rimangono attive tutto l’anno, mentre le popolazioni settentrionali all’arrivo dell’inverno vanno in letargo per un periodo di 3-5 mesi. Basse temperature al di sotto dei 10° rallentano il metabolismo delle tartarughe che riducono progressivamente le loro attività fino a interromperle completamente entrando in una fase letargica chiamata ibernazione.
Nella nostra regione il ciclo vitale di queste tartarughe è molto simile a quello delle nostre Emys orbicularis, pertanto il letargo dura 4-5 mesi: inizia generalmente nel mese di novembre per concludersi all’arrivo della primavera nel mese di marzo. Questo periodo può essere tranquillamente trascorso all’aperto in un bacino di almeno un metro di profondità con un buon fondo fangoso; infatti, le tartarughe affrontano il letargo proprio nel fango del fondo dove le temperature restano costanti e non scendono mai al di sotto dei 4°.
Le Trachemys scripta elegans sopportano tranquillamente il letargo invernale all’aperto in Umbria, tuttavia, probabilmente a causa del fatto che il loro areale di distribuzione in natura comprende le calde regioni dell’America centrale, nel caso di inverni particolarmente freddi, studi in merito hanno evidenziato una elevata mortalità negli esemplari liberi nei nostri bacini Italiani. Tale problematica si riduce sicuramente nelle Trachemys scripta scripta e nelle Graptemys che provengono da regioni dell’america settentrionale e in allevamento, i giovani esemplari, si sono già rivelati più resistenti alle basse temperature. Infatti, mentre le giovani Trachemys scripta elegans allevate in casa ad una temperatura ambiente non hanno quasi nessuna possibilità di sopravvivere, le altre, sembra abbiano qualche minima possibilità in più di riuscire a superare anche i primi inverni.
Nel caso di tartarughine allevate in casa si deve evitare di far trascorrere il periodo di ibernazione mantenendo l’acqua ad una temperatura costante di almeno 24°: condizione necessaria per i giovani, mentre gli adulti sembrano sopportare bene anche la temperatura ambiente di un appartamento. Tuttavia, temperature comprese tra 11° e 23° sono rischiose in quanto se da un lato non consentono le attività vitali, dall’altro non permettono neanche il letargo.
L’ibernazione è  necessaria nel caso in cui si volesse tentare la riproduzione, poiché il ciclo stagionale stimola gli accoppiamenti. Pertanto se si volessero far ibernare tartarughe allevate in casa è necessario garantire temperature costanti comprese tra i 4° e i 10° sfruttando un locale non riscaldato.

MALATTIE

La maggior parte delle malattie alle quali sono soggette le tartarughe sono provocate dalla nostra ignoranza e superficialità.
Esemplare in merito è la popolare credenza che le tartarughe acquatiche una volta cresciute diventino terrestri e debbano essere allevate come tali. Questa credenza nasce dall’abitudine di vedere le tartarughe terrestri sempre adulte e le tartarughe acquatiche sempre neonate, ma quando interpretata alla lettera questa regola provoca indescrivibili sofferenze ai poveri animali che sono destinati a morire di stenti e disidratazione nel giro di alcune settimane.
Principalmente, come più volte si è ribadito, la temperatura di stabulazione e gli sbalzi termici sono alla base delle principali malattie respiratorie che ne causano la morte. Malattie infettive come polmoniti, gastroenteriti, stomatiti, ascessi auricolari e setticemie si manifestano inizialmente con sonnolenza e inappetenza, ma non possono essere curate che da personale specializzato.
La scarsa igiene dell’acqua e la malnutrizioni provocano l’insorgere di gravi malattie oculari e otiti che ne causano la morte principalmente nei primi sei mesi di vita. Se ci rendiamo presto conto dell’insorgere della malattia possiamo tentare di curare le nostre tartarughe integrando la loro alimentazione con pesciolini interi compresi di viscere e curando la pulizia degli occhi con colliri specifici.
La mancata esposizione ai raggi solari non consente la fissazione del calcio nella formazione ossea e associato alla malnutrizione provocano l’insorgere della malattia detta MOM (Malattia Ossea Metabolica) che si manifesta con evidenti malformazioni della corazza. Pur non potendo intervenire sulle deformazioni ossee che resteranno permanenti è necessario intervenire al fine di evitare la morte dell’esemplare somministrando integrazioni di calcio e garantendo una adeguata esposizione ai raggi solari o a lampade specifiche a spettro solare.
A volte la vita in cattività espone le tartarughe al rischio di lesioni traumatiche dovute a diverse ragioni; se si tratta di ferite lievi dovute a morsi o graffi garantire l’igiene dell’acqua e la giusta esposizione solare è sufficiente ad assicurare la guarigione, ma nel caso di fratture o schiacciamenti gravi si deve far riferimento alle cure del veterinario.
In caso di ferite, sonnolenza e inappetenza è necessario tentare di fare del nostro meglio per garantire temperature adeguate, illuminazione solare, igiene dell’acqua e giusta alimentazione, ma se tutto ciò non dovesse risultare sufficiente a ristabilire la vivacità delle nostre tartarughe nel giro di uno due giorni è sicuramente necessario far riferimento a veterinari specializzati in rettili.

LONGEVITA’

Da segnalazioni aneddotiche raccolte da varie fonti sembrerebbe che queste tartarughe allevate in cattività superino tranquillamente i trent’anni.

CONFRONTO E RAPPORTI CON ALTRE SPECIE

Se a volte è difficile distinguere le specie e le sottospecie anche a causa delle continue ibridazioni, riconoscere gli emididi americani da tartarughe di altre famiglie è abbastanza agevole con l’aiuto di un buon manuale. Il confronto con la nostra Emys orbicularis è invece semplicissimo; infatti, al di là del fatto che la specie italiana è di dimensioni molto più piccole, la caratteristica principale che le distingue è la cute che in Emys orbicularis è punteggiata, mentre nelle cugine americane è striata.
La convivenza tra esemplari provenienti da continenti diversi è sempre sconsigliata per l’elevato rischio di contagio reciproco di patologie estranee; pertanto è da escludere la convivenza degli emididi americani con la nostra tartaruga palustre europea, Emys Orbicularis, ma è anche da escludere la convivenza di entrambe con specie asiatiche eventualmente allevabili ai nostri climi come Ocadia sinensis o Chinemys reeevesii (vedi immagini in Tartabeach), che pur avendo pressoché le medesime esigenze delle precedenti non verrà trattata dettagliatamente poiché non facilmente reperibile sul mercato.
La convivenza tra esemplari dello stesso genere non crea alcun problema in presenza di spazi adeguati; infatti, nel caso di allevamento in contenitori eccessivamente stretti i grandi esemplari di Trachemys, generalmente più voraci e aggressivi, si rivelano pericolosi verso le altre specie, ma anche per i piccoli esemplari della loro stessa specie: frequenti sono i casi di cannibalismo.
Inoltre, se si volesse tentare la riproduzione, l’estrema facilità di ibridazione tra esemplari di sottospecie diverse induce a sconsigliarne l’allevamento collettivo.

SESSO E RIPRODUZIONE

SESSO E RIPRODUZIONE

L’accoppiamento ha generalmente luogo all’inizio della primavera subito dopo la sortita dal letargo invernale, ma può capitare di assistere a corteggiamenti durante tutta la stagione attiva e in particolare anche in autunno.

DIMORFISMO SESSUALE

In cattività la maturità sessuale viene raggiunta molto presto: si possono avere esemplari pronti già a 1-2 anni per i maschi e 3-4 per le femmine. La differenziazione sessuale è ben pronunciata: il maschio che al massimo raggiunge i 16 cm è decisamente più piccolo della femmina che nelle specie più grandi arriva ai 40 cm. Il carapace delle femmine è più alto e arrotondato, mentre nei maschi la corazza è piuttosto schiacciata e appiattita. I maschi presentano delle unghie molto lunghe sugli arti anteriori, il piastrone leggermente concavo. La coda molto grossa alla base è più lunga di quella delle femmine e presenta l’apertura cloacale molto distante dal guscio, verso la punta. Inoltre, le femmine hanno una testa più larga di quella dei maschi che è invece caratterizzata da un naso più appuntito.

ACCOPPIAMENTO

Il maschio insegue la femmina nell’acqua e superandola le carezza il muso e il collo con le lunghe unghie delle sue zampe anteriori. Dopodichè, poco a poco il maschio si pone sopra la femmina che se è accondiscendente si lascia cadere verso il fondo dove ha luogo l’accoppiamento vero e proprio.
La voracità delle femmine scaturisce in episodi a volte tristi per i poveri maschi; infatti, se queste si sentono pressate dal corteggiamento del maschio spesso prendono a morsi le loro lunghe unghie e non mancano di mordere violentemente il pene estroflesso ferendolo o addirittura amputandolo.

DEPOSIZIONE

Generalmente dopo l’accoppiamento, la femmina staziona molto tempo al sole e a distanza di circa sei settimane si mostra molto nervosa: esce ed entra continuamente dall’acqua percorrendo il perimetro del recinto e arrampicandosi sulla recinzione come per fuggire. Dopo diversi tentativi e prove di scavo in vari angoli del terreno, il nido viene scavato con le zampe posteriori non molto distante dalla riva e comunque in terreno umido o marcescente in modo da garantire la giusta idratazione alle uova che anche a causa del loro guscio molle sono molto permeabili e tendono facilmente a disidratarsi; inoltre al momento della fuoriuscita dal nido i piccoli sono agevolati dal terreno molle e dalla vicinanza all’acqua, loro primo elemento di protezione. In cattività è necessario provvedere a creare una zona di sabbia di fiume non distante dal laghetto in posizione ben soleggiata. Dalla metà di maggio ai primi di luglio hanno luogo le deposizioni che di norma in un anno vanno da 1 a 6.  Le uova ellissoidali e a guscio molle variano in dimensioni e numero da 2 a 30 secondo la specie e la taglia dell’animale; nella foto, una femmina di Graptemys pseudogeografica con il suo uovo.

INCUBAZIONE

L’incubazione in natura dura da 60 a 120 giorni, ma in caso di estati piovose o abbassamento improvviso delle temperature è possibile che i piccoli restino nel nido tutto l’inverno e vengano alla luce solo la primavera successiva. In Italia l’incubazione naturale non sempre si conclude con successo poiché il guscio permeabile delle uova risente spesso in modo negativo della eccessiva o scarsa umidità atmosferica. Sarebbe meglio estrarre le uova dal nido facendo la massima attenzione a non capovolgerle e disporle inuna incubatrice. Il metodo “bagno maria” ottenuto immergendo una vaschetta contenente le uova in un altro contenitore contenente acqua riscaldata da un riscaldatore è ottimo perché garantisce l’adeguata temperatura e una giusta umidità, ma poiché a volte le uova a guscio molle tendono a disidratarsi è possibile effettuare dei buchi sul fondo della vaschetta contenente le uova in modo che l’acqua imbeva l’ovatta idrofoba sulle quali verranno appoggiate le uova.
In incubatrice, regolando la temperatura di incubazione potremo ottenere una differenziazione sessuale dei nascituri; alla temperatura di 26-27° le nascite avranno luogo dopo circa 100-120 giorni e si avranno solo maschi, mentre alla temperatura di 31-32° le sole femmine verranno alla luce già dopo 60-70 giorni. Nascite miste si avranno a temperature intermedie di 28-30° oppure garantendo una escursione termica tra il giorno e la notte compresa tra 25° e 30°; in questo caso le nascite avranno luogo dopo 80-90 giorni. Affinché le uova non rinsecchiscano a causa dell’aria troppo asciutta o ammuffiscano e marciscano per l’eccessiva umidità, questa deve essere mantenuta al 70-90% privilegiando umidità maggiori solo verso la fine dell’incubazione che ammorbidiscono il guscio calcareo dell’uovo agevolando la nascita dei piccoli.
Generalmente le tartarughe che si trovano in commercio provenienti dalle farm americane sono quasi unicamente femmine in quanto per ottenere nascite precoci le uova vengono incubate a temperature più elevate.

NASCITA

Il neonato che ha forato il guscio con il dente dell’uovo può impiegare anche qualche giorno prima di uscire dal nido, ma in ogni caso la nascita non va forzata perché i piccoli si danno il tempo di far riassorbire il sacco vitellino. I neonati misurano circa 30 mm e sono vivacemente colorati. Già del tutto autonomi possono essere tenuti all’aperto come i genitori, ma va esclusa la convivenza con gli adulti a causa della risaputa voracità degli stessi che spesso porta a casi di cannibalismo.
Nella riproduzione in cattività della Trachemys scripta elegans non sono rari i casi di albinismo; inoltre, molto diffusa è la nascita di esemplari con scaglie anomale sul carapace, mentre più rare sono le nascite gemellari che nella Trachemys scripta elegans più che in altre specie hanno avuto casi estremi come la nascita di tartarughe a due teste.

DESCRIZIONE

RAPPORTO CON L'UOMO

ALLEVAMENTO IN CATTIVITA'

SESSO E RIPRODUZIONE

 

GALLERIE DESCRITTIVE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Distribuzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pseudemys nelsonii

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vaschette con la palma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trachemys scripta elegans a Singapore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Percorso Verde" di Perugia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sofferenze Trachemys s. scripta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trachemys scripta elegans malata di Malattia Ossea Metabolica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trachemys s. elegans maschio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trachemys s. elegans femmina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Graptemys pseudogeografica con il suo uovo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uova in incubatrice

NOTE EDITORIALI - TARTOOMBRIA: IL SITO DI RIFERIMENTO PER I "TARTAMANTI" UMBRI - FOLIGNO (PG) - INFO@TARTOOMBRIA.ORG