TARTARUGHE ESOTICHE ACQUATICHE
Chrysemys, Graptemys, Pseudemys, Trachemys
DESCRIZIONE
CLASSIFICAZIONE
ORDINE |
TESTUDINES |
SOTTORDINE |
CRYPTODIRA |
FAMIGLIA |
EMYDIDIAE |
GENERI |
CHRYSEMYS
GRAPTEMYS
PSEUDEMYS
TRACHEMYS |
Molte sono le specie esotiche di tartarughe
acquatiche allevate nel nostro paese, ma qui ci limiteremo a trattare le specie
più diffuse e soprattutto adatte all’allevamento all’aperto
ai nostri climi che sicuramente le emididi provenienti dal nuovo
mondo noti anche con il nome di tartarughe della Florida e sempre disponibili sul mercato, esposte in affollatissime vaschette.

In questa sede, grazie ad abitudini ed esigenze molto simili,
tratteremo le specie appartenenti ai quattro generi nel
loro complesso.
DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA
L’areale più vasto di distribuzione è occupato
dal genere Chrysemys (in rosa nella mappa) che con le sue quattro
specie è ampiamente diffusa in tutto il Nord America
dal Messico al Canada. Graptemys (in marrone nella mappa) e Pseudemys (in giallo nella mappa) sono diffuse nelle regioni orientali dell’America
settentrionale. Le Trachemys (in verde nella mappa) occupano un’ampia
zona che va dal Nord del Brasile al Sud degli Stati Uniti passando
per tutta l’America centrale: le Trachemys scripta elengans
occupano l’areale sud-orientale, mentre le Trachemys scripta
scripta sono distribuite nelle regioni più settentrionali
fino al Canada.
TASSONOMIA SPECIE E SOTTOSPECIE
I quattro generi trattati comprendono
molte specie e sottospecie non tutte però interessate alle massicce attività commerciali
che coinvolgono le specie a noi più familiari.
SPECIE |
(CHRYSEMYS) PICTA
(GRAPTEMYS) GEOGRAFICA – PSEUDOGEOGRAFICA
(PSEUDEMYS) CONCINNA – NELSONI - RUBRIVENTRIS
(TRACHEMYS) SCRIPTA |
CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE
Le specie del genere Chrisemys hanno dimensioni
modeste che non superano i 25 cm nelle femmine; la più conosciuta è probabilmente
la Chrisemys picta bellii molto ricercata dagli appassionati per
la colorazione particolarmente vivace del piastrone che presenta
dei disegni scuri su fondo rosso.
Le Graptemys sono ugualmente tartarughe di modeste dimensioni che
non arrivano ai 30 cm; la specie più commerciata in Italia è sicuramente
la Graptemys pseudogeographica. Il carapace di forma ovale mostra una evidente carenatura sulle vertebrali
e tende ad allargarsi sulle marginali posteriori che si fanno molto
dentellate: esso ha una colorazione di fondo bruno-grigiastra con
delle macchie scure su ogni placca. Il piastrone è giallo
con dei disegni grigiastri diffusi. La cute grigio-olivastra presenta
delle striature avorio. Nei giovani la colorazione è molto
più decisa e i segni sulla corazza e sulla cute sono molto
marcati tanto da formare delle striature che ricordano i disegni
di una carta geografica, cosa che le ha procurato il nome comune
di “tartaruga falsa carta geografica”.
Le specie appartenenti al genere Pseudemys sono sicuramente quelle
che raggiungono le dimensioni maggiori tra tutte quelle trattate;
possono raggiungere tranquillamente i 40 cm. Sono tartarughe
che in giovane età presentano una colorazione del carapace
verde scuro con complessi disegni ben delineati gialli
o di un rosso vivo, come in Pseudemys rubriventris o Pseudemys nelsonii; da adulte però le macchie tendono
ad affievolirsi o a scomparire sul fondo scuro che arriva ad assumere
una colorazione nera compatta negli esemplari più anziani.
Il piastrone è uniformemente giallo o assume toni
rossastri in alcune specie. La cute bruno-verdastra presenta delle
striature bianco-giallastre.
La Trachemys scripta scripta è oggi la più commerciata
sul mercato acquariofilo. Il carapace ha una colorazione
verdastra con disegni gialli, il piastrone ha disegni
bruno-verdastri su fondo giallo; la cute è ugualmente verdastra
con evidenti striature bianco-giallastre.
Trachemys scripta elegans è sicuramente la specie
più nota nel nostro paese a causa del massiccio commercio effettuato dagli anni settanta fino agli inizi
dell’ultimo decennio del secolo scorso quando una norma CITES ne ha vietato le importazioni in Europa. Carattere distintivo della
sottospecie è la macchia arancione della membrana timpanica che
le ha procurato il nome comune di “Tartaruga americana dalle
orecchie rosse”.
A causa dell’allevamento intensivo di queste specie a scopi
commerciali gli esemplari in vendita sono spesso frutto di incroci
e ibridazioni tra diverse sottospecie, pertanto risulta piuttosto
difficile individuare chiaramente le caratteristiche distintive
delle specie. Molto comuni sono gli ibridi tra Trachemys scripta
scripta e Trachemys scripta elegans che appaiono con la striatura
della cute tipica della prima, ma evidenziano la colorazione arancione
della seconda.
HABITAT NATURALE
In natura queste tartarughe frequentano
gli ambienti acquatici più disparati: grandi fiumi, laghi, stagni o bacini artificiali
e qualsiasi corso d’acqua.
COMPORTAMENTO E ABITUDINI DI VITA
Si tratta di tartarughe molto legate all’habitat acquatico che non si avventurano mai sulla terraferma se non per la deposizione
delle uova. Generalmente passano le loro giornate a prendere il
sole su tronchi galleggianti o sulla riva, ma sempre in posizione
molto prossima all’acqua; infatti, si tratta di tartarughe
molto timide che si rifugiano velocemente in acqua ad ogni minimo
rumore.
RAPPORTO
CON L’UOMO
STORIA DEL RAPPORTO CON L’UOMO
Le tartarughine verdi, poco più grandi di una moneta
da un euro, che troviamo in abbondanza alle fiere o nei negozi
di acquarifilia provengono generalmente da “turtles farms” (allevamenti
specializzati americani) o da allevamenti europei. Generalmente
tali strutture utilizzano un metodo d’allevamento in semilibertà (ampi
bacini recintati), mentre per l’incubazione delle uova impiegano
il metodo artificiale in grandi incubatrici che accelerano o rallentano
il periodo di incubazione in modo da rispondere alle esigenze di
mercato. I piccoli appena nati vengono impacchettati e avviati al
commercio internazionale. Le tartarughine, spedite ai grossisti
che le smistano ai negozianti, sono sottoposte ad un percorso di
sofferenze e stenti fino ad arrivare nelle vaschette con la palma di casa nostra: durante questi viaggi sbalzi di temperatura, malnutrizione
e pessime condizioni igieniche di stabulazione provocano la morte
di molti esemplari.
Ogni anno a partire dai primi anni settanta sono state inviate
enormi quantità di questi neonati di tartaruga (solo in
Italia circa 2 milioni l’anno) e sono stati immessi
nei mercati di tutto il mondo.
Benché la maggior parte di questi animali non sopravviva
a lungo in cattività a causa delle cattive condizioni di
trasporto e di stabulazione, la esigua parte di essi (circa un
5%) che riesce a superare il primo anno di vita ha una elevatissima
probabilità di venire abbandonata nei corsi d’acqua
del paese d’arrivo a causa dell'aggressività e delle eccessive esigenze d’allevamento
necessarie ad un esemplare adulto che può tranquillamente
raggiungere i 20 cm in 4-5 anni. Questo fenomeno ha portato alla naturalizzazione della
specie in molti paesi del mondo dove un clima favorevole
che ha consentito loro di riprodursi, oggi ad esempio troviamo colonie selvatiche
di questi emidi a Singapore.
Il centro Carapax nel 1995, nel tentativo di contrastare il fenomeno
bloccandone l’importazione in Italia, contava che circa 20000 esemplari di Trachemys scripta elegans venissero liberati in Italia
ogni anno dando luogo ad un fenomeno sicuramente pericoloso per
l’ambiente naturale e dai risvolti imprevedibili nel tempo.
L’impatto prodotto da questo fenomeno è stato negli
ultimi anni al centro di numerosi progetti di studio e monitoraggio
in particolare su Trachemys scripta elegans che sicuramente è la
specie più diffusa in natura sul nostro territorio nazionale (Cfr. BALLASINA D.).
PROTEZIONE - STATUS GIURIDICO
Tutte le specie trattate sono
commerciabili in Italia fatta eccezione per le Trachemys scripta
elegans che dal 2000 è inserita
nell’Allegato B del Regolamento CE 338/97: per quanto riguarda
tale specie possono essere immessi sul mercato esemplari provenienti
da allevamenti europei in possesso di regolari documenti attestanti
la nascita in cattività. Infatti, detenerle e allevarle è consentito,
ma ogni successo di riproduzione va segnalato agli uffici CITES
e registrato negli appositi registri.
Tale limitazione è stata
resa necessaria dal fatto che le piccole tartarughine, quando non
muoiono nel giro di poche settimane crescono molto rapidamente e divengono inoltre molto voraci e aggressive; questo oltre a procurare
notevoli problemi a chi decide di continuare a garantire loro condizioni
e spazi adeguati spesso dopo i primi morsi induce i proprietari
a perpetrare sconsiderati abbandoni in natura, cosa che potrebbe
essere alla base di importanti squilibri nell’ambito dei
nostri habitat naturali. Per questa ragione la Comunità europea
ha bloccato le importazioni di questa specie ritenendola un pericolo
ecologico e ambientale per fauna e flora locali. Inoltre, l’eccessivo
commercio perpetrato nei confronti di questa specie per almeno
un ventennio ha provocato una drastica diminuzione degli esemplari
selvatici nei loro luoghi d’origine probabilmente a causa
del fatto che le “turtles
farms” (allevamenti specializzati americani) sembra si procurassero
gli esemplari riproduttori direttamente in natura.
Nonostante l’introduzione di tali normative sia stata animata
da sentimenti di salvaguardia ambientale e di tutela della specie,
in realtà non ha apportato sostanziali modifiche alla gestione
delle importazioni e non ha neanche limitato l’abbandono
di esemplari esotici sul nostro territorio. L’insuccesso è dovuto
al fatto che la legislazione attuale vieta l’importazione
di quella che, all’epoca della sua entrata in vigore, era
la specie più importata e commerciata in Europa e probabilmente
nel mondo. Infatti, l’importanza di tale commercio ha fatto
si che questo divieto ha solo dirottato l’interesse verso
le specie non protette mettendone in pericolo la sopravvivenza
nei paesi d’origine. Inoltre, anche il pericolo ambientale
apportato da determinate specie, potrebbe essere maggiore di quelle
della Trachemys scripta elegans comunque proveniente da regioni
a clima generalmente più caldo e umido del nostro. Infatti,
ci si sta rendendo conto che altre specie come Chrysemys, Graptemys
e Trachemys scripta scripta sono più adattabili ai nostri
climi in quanto provenienti da regioni settentrionali e pertanto
più rigide. Pertanto, anche la Chrysemys picta, ricercatissima
dagli appassionati, è stata inserita nell’Allegato
B del Regolamento CE 338/97, tramite il regolamento CE n. 1497
del 18 agosto 2003.
Negli USA è vietato il commercio di esemplari
con carapace inferiore ai 10 cm (Cfr. KIRKPATRICK D.T.); poiché alla base degli
abbandoni c’è spesso
l'aggressività e la difficoltà di gestione degli esemplari adulti che a causa
delle notevoli dimensioni (una femmina adulta di Pseudemys concinna
può tranquillamente raggiungere i 40 cm di lunghezza) non
trovano adeguati spazi negli appartamenti, ma non sono neanche
facilmente ricollocabili sul mercato, una norma tipo quella applicata
negli Stati uniti stimolerebbe ad acquisti più responsabili in quanto ci si trova di fronte ad un animale adulto che non presenta
le "tenere" caratteristiche di un neonato che nel caso di una buona stabulazione non tarda a raggiungere in soli due anni: un esemplare con un piastrone di 10 cm si può già ritenere
sub-adulto, può essere allevato all’aperto da subito, è più resistente
ed ha meno probabilità di morire rispetto ad un neonato
e comunque ha certamente esigenze maggiori in termini di spazio
e di igiene.
L’introduzione di una specie esotica in un habitat
non proprio è un’azione
irresponsabile e pericolosa per gli equilibri naturali dell’ambiente
stesso ; per questa ragione la legge vieta e persegue l’abbandono
di specie esotiche sul territorio italiano (Cfr. SCALERA R.). La diffusione di specie
esotiche nei nostri ambienti naturali è ritenuta una delle
principali minacce alla biodiversità e sicuramente è fonte
di altri rischi dati dalla eventuale incontrollabilità di
fenomeni quali ad esempio:
- naturalizzazione e invasione biologica dovuta alla mancanza di predatori conseguente all’estraneità della specie
rispetto alla catena alimentare dell’habitat di introduzione;
- diffusione di patologie estranee all’habitat
di introduzione;
- interazione con specie autoctone più fragili
e vulnerabili e conseguente estinzione delle stesse col rischio
di provocare gravi squilibri ambientali.
Alla luce di tutto ciò è chiaro il turbamento che
la presenza di una specie esotica può causare su un ambiente
naturale ed inoltre, introdurre una specie non locale nel nostro
territorio è un azione illegale. Il buon senso ci dice che
patologie estranee al nostro habitat possono essere prodotte da
animali importati per il semplice fatto di essere presenti sul
nostro territorio e poco cambia che siano nel giardino di casa
nostra o nel canale tra i campi coltivati, e quindi sembrerebbe
inevitabile se non bloccando l’importazione di specie esotiche
cosa improponibile nella nostra realtà globale. Altra cosa
sono i rischi di predazione e competizione diretta con specie autoctone che è data da una diretta interazione degli esemplari esotici
con il nostro habitat naturale. Pertanto, senza demonizzare eccessivamente
le povere tartarughe che nuotano nei laghetti dei nostri giardini
pubblici, possiamo dire che la presenza di alcuni esemplari in
ambienti artificiali, non provocando contatto con l’ambiente
naturale, non è da ritenersi una minaccia per lo stesso.
Si tratta di animali comunque abbastanza vulnerabili e sicuramente
non infestanti e ingestibili come altre specie faunistiche:
la rana toro americana (Rana catesbeiana) la cui introduzione
nel nostro paese ha prodotto effetti nefasti sull’ambiente
naturale.
Alla stessa stregua delle tartarughe terrestri
di specie esotiche introdotte e oggi oggetto di tutela in diverse
regioni d’Italia,
queste popolazioni di tartarughe americane giunte a causa
del nostro impulso consumistico che ne fa oggetti di desiderio,
che dopo diverse “torture” sono riuscite a ricavarsi
un posto al sole nei laghetti melmosi e inquinati di città andrebbero
quanto meno rispettate. E se “per sbaglio” un giorno
alcune di loro dovessero riuscire a riprodursi non ci spaventiamo
troppo, non si tratta dell’invasione dei dinosauri. Non dimentichiamoci
che siamo uomini e che la nostra storia ci dimostra come siamo
più bravi a distruggere che a conservare!
Acquistare animali importati o provenienti
da commercio clandestino significa sostenere lo sfruttamento
di questi animali costretti spesso a condizioni che li conducono
lentamente alla morte, quindi è necessario
avere cura di acquistare solo animali di provenienza certa e legale.
Negli scorsi anni, al fine di evitare gli abbandoni in natura,
ritenuti responsabili della rarefazione delle nostre Emys orbicularis,
i centri per la salvaguardia delle tartarughe hanno raccolto molti
esemplari da privati che non avevano più intenzione di tenerli.
Oggi se per qualsiasi ragione non potessi o non volessi più tenere
la tua tartaruga, non l’abbandonare: TARTOOMBRIA mette a
tua disposizione il progetto adozioni.
ACCLIMATAZIONE E PRESENZA IN UMBRIA
Le prime segnalazioni di abbandono di esemplari
di Trachemys scripta elegans sul territorio italiano risalgono agli anni sessanta,
epoca in cui il commercio di questi rettili ha intrapreso la
sua ascesa. La specie esotica di tartarughe che ancora oggi, a distanza di anni dall’entrata in
vigore del Regolamento che ne vieta l’importazione nella
comunità europea, è più diffusa sui nostri
bacini naturali e artificiali è certamente la Trachemys
scripta elegans.
Recenti studi condotti in ambito nazionale, hanno rivelato tuttavia
che il rischio ambientale legato alla diffusione di questa specie è relativamente
limitato; infatti, la riproduzione in natura sembra possibile
solo in alcune regioni italiane, generalmente non conta
successi elevati e comunque i neonati sembra non siano i grado
di superare i rigori del primo inverno, principale causa di morte
anche per gli esemplari adulti (Cfr. FERRI V., PAROLINI L., AGOSTA F., SOCCINI
C.).
La
pubblicazione “Anfibi e
Rettili in Umbria” (Ragni B., 2006), pur limitando le segnalazioni
ad esemplari di Trachemys scripta elegans, conferma la presenza
dell’emidide americano in 9 siti, con una diffusione pari
a 0,089. Tale realtà è chiaramente connessa ai frequenti abbandoni
risultanti dall’intensa attività commerciale degli
anni passati, ma per poter parlare concretamente di specie naturalizzata
in grado di vivere e riprodursi nel nostro territorio sarebbero
necessari studi approfonditi in materia.
Durante le nostre passeggiate in Umbria, oltre che in
diversi giardini privati, abbiamo trovato piccole
colonie di questa specie nei laghetti perugini del “Percorso
Verde” e del Parco
del Sole, ovvero la “Città della
Domenica” dove, trattandosi di bacini artificiali
la presenza di questi rettili non causa gravi problematiche ambientali.
Inoltre, a volte, nei laghi e nei corsi d’acqua regionali è capitato
che qualche esemplare di queste tartarughe abbia abboccato agli
ami dei pescatori.
ALLEVAMENTO
IN CATTIVITA’
SISTEMAZIONE
L’allevamento delle tartarughe in appartamento è sempre
sconsigliato fondamentalmente a causa del fatto che la mancata
esposizione ai raggi solari naturali causa spesso malattie ossee
e squilibri metabolici che producono gravi deformazioni al carapace;
infatti, l’allevamento di esemplari adulti richiede spazi
adeguati all’aperto in grado di garantire una buona esposizione
diretta ai raggi solari, una consistente quantità d’acqua
sufficiente a proteggere le tartarughe dagli sbalzi termici esterni
e dalle basse temperature invernali. Per una sistemazione adeguata
si potrebbe far riferimento alle indicazioni fornite in merito
alle nostre Emys orbicularis, ma va tenuto conto delle maggiori
dimensioni delle specie americane e del fatto che la voracità delle
stesse probabilmente renderà irrealizzabile qualsiasi tentativo
di coltivazione di piante acquatiche o allevamento di pesci e chiocciole
se non nel caso della realizzazione di un bacino veramente grande.
I piccoli appena nati o acquistati dovrebbero
essere sistemati in un contenitore con una buona quantità d’acqua e
una piccola zona emersa e possibilmente delle piante acquatiche.
E’ consigliabile allevare queste tartarughine all’aperto
già dal primo anno proteggendole da eventuali attacchi di
cani, gatti, ratti, cornacchie e volatili da cortile. Tuttavia
durante il primo inverno è necessario non esporre i piccoli
a temperature troppo basse, pertanto sarebbe meglio porli in casa
in un acqua-terrario riscaldato in acqua alla temperatura di 24° e
nella parte emersa dal calore di una lampadina; un contenitore
tenuto in casa, ma non riscaldato, durante la stagione invernale
permane generalmente ad una temperatura compresa tra i 16° e
i 22° letale per le tartarughe in quanto non ne consente il
letargo perché troppo elevata, ma non è abbastanza per consentire
il ciclo vitale attivo. Di conseguenza, non è ipotizzabile
l’allevamento delle tartarughine nelle classiche vaschette
in plastica con la palma; infatti, la minima quantità d’acqua
contenuta in queste vaschette sottopone gli animali a continui
sbalzi termici che a breve le procurano inappetenza e disturbi
all’apparato respiratorio causandone a breve la morte.
ALIMENTAZIONE
I giovani sono prevalentemente carnivori,
ma gli adulti possono essere considerati onnivori; infatti, i vegetali
diventano un elemento fondamentale della loro dieta. In natura
l’alimentazione
di queste tartarughe è molto varia comprendendo crostacei,
pesci, insetti, piccoli mammiferi, carogne, alghe e piante acquatiche
e tutto ciò che di commestibile è disponibile.
In cattività, ugualmente, l’alimentazione dovrebbe
essere la più varia possibile. L’utilizzo di cibi
confezionati non deve infatti escludere la somministrazione di
cibi freschi sia di origine animale (pesci e crostacei) sia vegetale
(insalata, verdure e frutta).
L’alimentazione è molto importante per la salute dei
nostri animali e non va dimenticato che squilibri alimentari in
eccesso o in difetto causano deformazioni, malattie e morte.
LETARGO
In natura, dato il vasto areale di distribuzione
di queste specie possiamo dire che il loro ciclo vitale varia al
variare della latitudine, per cui avremo le popolazioni delle regioni
meridionali che grazie ad un clima costantemente caldo rimangono
attive tutto l’anno, mentre le popolazioni settentrionali all’arrivo
dell’inverno vanno in letargo per un periodo di 3-5 mesi.
Basse temperature al di sotto dei 10° rallentano il metabolismo
delle tartarughe che riducono progressivamente le loro attività fino
a interromperle completamente entrando in una fase letargica
chiamata ibernazione.
Nella nostra regione il ciclo vitale di queste tartarughe è molto
simile a quello delle nostre Emys orbicularis, pertanto il letargo
dura 4-5 mesi: inizia generalmente nel mese di novembre per concludersi
all’arrivo della primavera nel mese di marzo. Questo periodo
può essere tranquillamente trascorso all’aperto in
un bacino di almeno un metro di profondità con un buon fondo
fangoso; infatti, le tartarughe affrontano il letargo proprio nel
fango del fondo dove le temperature restano costanti e non scendono
mai al di sotto dei 4°.
Le Trachemys scripta elegans sopportano tranquillamente il letargo
invernale all’aperto in Umbria, tuttavia, probabilmente a
causa del fatto che il loro areale di distribuzione in natura comprende
le calde regioni dell’America centrale, nel caso di inverni
particolarmente freddi, studi in merito hanno evidenziato una elevata
mortalità negli esemplari liberi nei nostri bacini Italiani.
Tale problematica si riduce sicuramente nelle Trachemys scripta
scripta e nelle Graptemys che provengono da regioni dell’america
settentrionale e in allevamento, i giovani esemplari, si sono già rivelati
più resistenti alle basse temperature. Infatti, mentre le
giovani Trachemys scripta elegans allevate in casa ad una temperatura
ambiente non hanno quasi nessuna possibilità di sopravvivere,
le altre, sembra abbiano qualche minima possibilità in più di
riuscire a superare anche i primi inverni.
Nel caso di tartarughine allevate in casa si deve evitare di far
trascorrere il periodo di ibernazione mantenendo l’acqua
ad una temperatura costante di almeno 24°: condizione necessaria
per i giovani, mentre gli adulti sembrano sopportare bene anche
la temperatura ambiente di un appartamento. Tuttavia, temperature
comprese tra 11° e 23° sono rischiose in quanto se da un
lato non consentono le attività vitali, dall’altro
non permettono neanche il letargo.
L’ibernazione è necessaria nel caso in cui si
volesse tentare la riproduzione, poiché il ciclo stagionale
stimola gli accoppiamenti. Pertanto se si volessero far ibernare
tartarughe allevate in casa è necessario garantire temperature
costanti comprese tra i 4° e i 10° sfruttando un locale
non riscaldato.
MALATTIE
La maggior parte delle malattie alle quali
sono soggette le tartarughe sono provocate dalla nostra ignoranza
e superficialità.
Esemplare in merito è la popolare credenza che le tartarughe
acquatiche una volta cresciute diventino terrestri e debbano essere
allevate come tali. Questa credenza nasce dall’abitudine
di vedere le tartarughe terrestri sempre adulte e le tartarughe
acquatiche sempre neonate, ma quando interpretata alla lettera
questa regola provoca indescrivibili sofferenze ai poveri animali
che sono destinati a morire di stenti e disidratazione nel giro
di alcune settimane.
Principalmente, come più volte si è ribadito, la
temperatura di stabulazione e gli sbalzi termici sono alla base
delle principali malattie respiratorie che ne causano la morte.
Malattie infettive come polmoniti, gastroenteriti, stomatiti, ascessi
auricolari e setticemie si manifestano inizialmente con sonnolenza e inappetenza, ma non possono essere curate che da personale specializzato.
La scarsa igiene dell’acqua e la malnutrizioni provocano
l’insorgere di gravi malattie oculari e otiti che ne causano
la morte principalmente nei primi sei mesi di vita. Se ci rendiamo
presto conto dell’insorgere della malattia possiamo tentare
di curare le nostre tartarughe integrando la loro alimentazione
con pesciolini interi compresi di viscere e curando la pulizia
degli occhi con colliri specifici.
La mancata esposizione ai raggi solari non consente la fissazione
del calcio nella formazione ossea e associato alla malnutrizione provocano l’insorgere della malattia detta MOM (Malattia Ossea Metabolica) che si manifesta con evidenti malformazioni della
corazza. Pur non potendo intervenire sulle deformazioni ossee che
resteranno permanenti è necessario intervenire al fine di
evitare la morte dell’esemplare somministrando integrazioni
di calcio e garantendo una adeguata esposizione ai raggi solari
o a lampade specifiche a spettro solare.
A volte la vita in cattività espone le tartarughe al rischio
di lesioni traumatiche dovute a diverse ragioni; se si tratta di
ferite lievi dovute a morsi o graffi garantire l’igiene dell’acqua
e la giusta esposizione solare è sufficiente ad assicurare
la guarigione, ma nel caso di fratture o schiacciamenti gravi si
deve far riferimento alle cure del veterinario.
In caso di ferite, sonnolenza e inappetenza è necessario
tentare di fare del nostro meglio per garantire temperature adeguate,
illuminazione solare, igiene dell’acqua e giusta alimentazione,
ma se tutto ciò non dovesse risultare sufficiente a ristabilire
la vivacità delle nostre tartarughe nel giro di uno due
giorni è sicuramente necessario far riferimento a veterinari
specializzati in rettili.
LONGEVITA’
Da segnalazioni aneddotiche raccolte
da varie fonti sembrerebbe che queste tartarughe allevate
in cattività superino
tranquillamente i trent’anni.
CONFRONTO E RAPPORTI CON ALTRE SPECIE
Se a volte è difficile
distinguere le specie e le sottospecie anche a causa delle continue
ibridazioni, riconoscere gli emididi americani da tartarughe di
altre famiglie è abbastanza agevole
con l’aiuto di un buon manuale. Il confronto con la nostra
Emys orbicularis è invece semplicissimo; infatti, al di
là del fatto che la specie italiana è di dimensioni
molto più piccole, la caratteristica principale che le distingue è la
cute che in Emys orbicularis è punteggiata, mentre nelle
cugine americane è striata.
La convivenza tra esemplari provenienti da continenti diversi è sempre
sconsigliata per l’elevato rischio di contagio reciproco
di patologie estranee; pertanto è da escludere la convivenza
degli emididi americani con la nostra tartaruga palustre europea,
Emys Orbicularis, ma è anche da escludere la convivenza
di entrambe con specie asiatiche eventualmente allevabili ai nostri
climi come Ocadia sinensis o Chinemys reeevesii (vedi immagini in Tartabeach), che pur avendo pressoché le
medesime esigenze delle precedenti non verrà trattata dettagliatamente
poiché non facilmente reperibile sul mercato.
La convivenza tra esemplari dello stesso genere non crea alcun
problema in presenza di spazi adeguati; infatti, nel caso di allevamento
in contenitori eccessivamente stretti i grandi esemplari di Trachemys,
generalmente più voraci e aggressivi, si rivelano pericolosi
verso le altre specie, ma anche per i piccoli esemplari della loro
stessa specie: frequenti sono i casi di cannibalismo.
Inoltre, se si volesse tentare la riproduzione, l’estrema
facilità di ibridazione tra esemplari di sottospecie diverse
induce a sconsigliarne l’allevamento collettivo.
SESSO E RIPRODUZIONE
SESSO E RIPRODUZIONE
L’accoppiamento ha generalmente luogo
all’inizio della
primavera subito dopo la sortita dal letargo invernale, ma può capitare
di assistere a corteggiamenti durante tutta la stagione attiva
e in particolare anche in autunno.
DIMORFISMO SESSUALE
In cattività la maturità sessuale
viene raggiunta molto presto: si possono avere esemplari pronti
già a 1-2
anni per i maschi e 3-4 per le femmine. La differenziazione sessuale è ben
pronunciata: il maschio che al massimo raggiunge i 16 cm è decisamente
più piccolo della femmina che nelle specie più grandi
arriva ai 40 cm. Il carapace delle femmine è più alto
e arrotondato, mentre nei maschi la corazza è piuttosto
schiacciata e appiattita. I maschi presentano delle unghie molto
lunghe sugli arti anteriori, il piastrone leggermente
concavo. La coda molto grossa alla base è più lunga
di quella delle femmine e presenta l’apertura cloacale molto
distante dal guscio, verso la punta. Inoltre, le femmine hanno
una testa più larga di quella dei maschi che è invece
caratterizzata da un naso più appuntito.
ACCOPPIAMENTO
Il maschio insegue la femmina nell’acqua e
superandola le carezza il muso e il collo con le lunghe unghie
delle sue zampe anteriori. Dopodichè, poco a poco il maschio
si pone sopra la femmina che se è accondiscendente si lascia
cadere verso il fondo dove ha luogo l’accoppiamento vero
e proprio.
La voracità delle femmine scaturisce in episodi a volte
tristi per i poveri maschi; infatti, se queste si sentono pressate
dal corteggiamento del maschio spesso prendono a morsi le loro
lunghe unghie e non mancano di mordere violentemente il pene estroflesso
ferendolo o addirittura amputandolo.
DEPOSIZIONE
Generalmente dopo l’accoppiamento, la femmina
staziona molto tempo al sole e a distanza di circa sei settimane
si mostra molto nervosa: esce ed entra continuamente dall’acqua
percorrendo il perimetro del recinto e arrampicandosi sulla recinzione
come per fuggire. Dopo diversi tentativi e prove di scavo in vari
angoli del terreno, il nido viene scavato con le zampe
posteriori non molto distante dalla riva e comunque in terreno
umido o marcescente in modo da garantire la giusta idratazione alle uova che anche a causa del loro guscio molle sono molto permeabili
e tendono facilmente a disidratarsi; inoltre al momento della fuoriuscita
dal nido i piccoli sono agevolati dal terreno molle e dalla vicinanza
all’acqua,
loro primo elemento di protezione. In cattività è necessario
provvedere a creare una zona di sabbia di fiume non distante dal
laghetto in posizione ben soleggiata. Dalla metà di maggio
ai primi di luglio hanno luogo le deposizioni che di norma in un
anno vanno da 1 a 6. Le uova ellissoidali e a guscio molle
variano in dimensioni e numero da 2 a 30 secondo la specie e la
taglia dell’animale; nella foto, una femmina di Graptemys pseudogeografica con il suo uovo.
INCUBAZIONE
L’incubazione in natura dura da 60 a 120 giorni,
ma in caso di estati piovose o abbassamento improvviso delle temperature è possibile
che i piccoli restino nel nido tutto l’inverno e vengano
alla luce solo la primavera successiva. In Italia l’incubazione
naturale non sempre si conclude con successo poiché il guscio
permeabile delle uova risente spesso in modo negativo della eccessiva
o scarsa umidità atmosferica. Sarebbe meglio estrarre le
uova dal nido facendo la massima attenzione a non capovolgerle
e disporle inuna incubatrice. Il metodo “bagno maria” ottenuto
immergendo una vaschetta contenente le uova in un altro contenitore
contenente acqua riscaldata da un riscaldatore è ottimo
perché garantisce l’adeguata temperatura e una giusta
umidità, ma poiché a volte le uova a guscio molle
tendono a disidratarsi è possibile effettuare dei buchi
sul fondo della vaschetta contenente le uova in modo che l’acqua
imbeva l’ovatta idrofoba sulle quali verranno appoggiate
le uova.
In incubatrice, regolando la temperatura di incubazione potremo
ottenere una differenziazione sessuale dei nascituri; alla temperatura
di 26-27° le nascite avranno luogo dopo circa 100-120 giorni
e si avranno solo maschi, mentre alla temperatura di 31-32° le
sole femmine verranno alla luce già dopo 60-70 giorni. Nascite
miste si avranno a temperature intermedie di 28-30° oppure
garantendo una escursione termica tra il giorno e la notte compresa
tra 25° e 30°; in questo caso le nascite avranno luogo
dopo 80-90 giorni. Affinché le uova non rinsecchiscano a
causa dell’aria troppo asciutta o ammuffiscano e marciscano
per l’eccessiva umidità, questa deve essere
mantenuta al 70-90% privilegiando umidità maggiori solo
verso la fine dell’incubazione che ammorbidiscono il guscio
calcareo dell’uovo agevolando la nascita dei piccoli.
Generalmente le tartarughe che si trovano in commercio provenienti
dalle farm americane sono quasi unicamente femmine in quanto per
ottenere nascite precoci le uova vengono incubate a temperature
più elevate.
NASCITA
Il neonato che ha forato il guscio con
il dente dell’uovo può impiegare anche qualche giorno prima di uscire dal nido,
ma in ogni caso la nascita non va forzata perché i piccoli
si danno il tempo di far riassorbire il sacco vitellino. I neonati
misurano circa 30 mm e sono vivacemente colorati. Già del
tutto autonomi possono essere tenuti all’aperto come i genitori,
ma va esclusa la convivenza con gli adulti a causa della risaputa
voracità degli stessi che spesso porta a casi di cannibalismo.
Nella riproduzione in cattività della Trachemys scripta
elegans non sono rari i casi di albinismo; inoltre, molto
diffusa è la nascita di esemplari con scaglie anomale sul
carapace, mentre più rare sono le nascite gemellari che
nella Trachemys scripta elegans più che in altre specie
hanno avuto casi estremi come la nascita di tartarughe a due
teste. |
DESCRIZIONE
RAPPORTO CON L'UOMO
ALLEVAMENTO IN CATTIVITA'
SESSO E RIPRODUZIONE
GALLERIE DESCRITTIVE
 Distribuzione

Pseudemys nelsonii

Vaschette con la palma

Trachemys scripta elegans a Singapore

"Percorso Verde" di Perugia

Sofferenze Trachemys s. scripta

Trachemys scripta elegans malata di Malattia Ossea Metabolica

Trachemys s. elegans maschio

Trachemys s. elegans femmina

Graptemys pseudogeografica con il suo uovo

Uova in incubatrice
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