TESTUDO HERMANNI IN UMBRIA
ORIGINI DUBBIE e STORIA DI UNA PRESENZA CERTA E COSTANTE
Per quanto concerne le Testudo hermanni il procedimento
di studio muoverà dal presupposto della presenza
certa di questi rettili nella nostra regione.
In questa sede, oltre a fornire una descrizione morfologico
- biologica degli esemplari, procederemo ad
azzardare alcune ipotesi sulla possibile origine di questa
presenza in Umbria.
La Testudo hermanni si è estinta
in molte aree sul territorio italiano in cui era anticamente
diffusa in natura e laddove
essa è ancora presente si tratta di popolazioni molto
localizzate costrette in condizioni di insularità ecologica
a causa della frammentazione degli habitat operata
dall’uomo.
Le testimonianze della presenza della specie in diverse aree della regione
sono considerevolmente eterogenee: nelle zone montane sembra che agli inizi
del ‘900 la conoscenza delle tartarughe fosse limitata ai gusci vuoti
riportati dai pastori durante la transumanza in maremma o successivamente,
da alcuni carapaci giunti con i militari che rientravano dalla guerra nei Balcani.
In altri luoghi invece le tartarughe sono da sempre parte integrante
del paesaggio. Pertanto, considerando come dato di fatto
la presenza di questi rettili
sul territorio umbro, cercheremo di individuare l’areale di distribuzione
che la interessa delineandone le caratteristiche geografico – morfologiche
e climatiche procedendo
inoltre ad ipotizzare la presenza di tale specie in altri territori aventi
caratteristiche similari.
Tralasciando l'evoluzione
geologica del territorio, già descritta altrove, passeremo
qui a ripercorrere a lunghi passi la storia della nostra
regione: questo ci aiuterà a capire l’origine
di questi rettili e il loro rapporto con l’uomo attraverso
i secoli adducendo argomenti in grado di avvalorare l’ipotesi
della sua presenza autoctona, mentre
lo studio comparato delle caratteristiche morfologico comportamentali
della specie con popolazioni di
altre regioni ci aiuterà a delineare eventuali caratteristiche
peculiari della stessa.
Le possibilità di vita e riproduzione di qualsiasi animale dipendono
dal territorio e dalla vegetazione, ma per la tartaruga che è un animale
a sangue freddo il fattore fondamentale è dato dalle condizioni
climatiche. La temperatura ideale dovrebbe essere intorno
ai 25° e nonostante durante l’inverno sia in grado di sopportare
temperature relativamente basse, durante la fase riproduttiva sono necessarie
temperature elevate in grado di consentire lo sviluppo dell’embrione
nelle uova abbandonate ad una incubazione naturale nel terreno. L’habitat nel
quale vive la Testudo hermanni, se facilmente individuabile in diverse tipologie
di territori in tutta la penisola, nella nostra regione si riduce notevolmente
a causa del mancato effetto mitigatore del mare sul nostro clima. Riconosceremo
quindi, come ambienti in grado di consentire il processo vitale della specie,
i pendii dei versanti sud sud/ovest delle colline fino ad un’altitudine
di 500/600 m sul livello del mare che nella nostra regione corrispondono
alle ampie zone dove si coltiva l’ulivo. Ritroviamo queste
caratteristiche in tutta l’area che comprende le colline adiacenti al
lato sud/ovest della regione sul confine con Toscana e Lazio, ma anche in alcune zone della nostra regione.

E’ proprio nei terreni olivati
tipici del nostro paesaggio che abbiamo incontrato le nostre Testuggini umbre.
Infatti in questi luoghi la particolarità climatica molto
mite e la stretta relazione con le attività agricole tradizionali
hanno consentito a queste tartarughe di arrivare fino a noi.
Su quale sia l’origine di questi rettili in Umbria non si hanno certezze e quindi avanzeremo ipotesi a partire da vicende geologiche per arrivare alla storia di quegli uomini che lavorando la terra hanno condiviso con questi rettili il nostro antico territorio nei secoli.
Quindi, partendo dal presupposto che la Testudo hermanni in epoche passate era certamente presente in tutta la penisola grazie anche a temperature medie più elevate delle attuali, si potrebbe ipotizzare che con l’abbassamento delle temperature le tartarughe, così come altri animali e piante, siano state costrette a ricavarsi una nicchia ecologica dove le condizioni climatiche consentissero loro la conservazione della specie; quindi le testuggini diffuse nei territori interni si sarebbero naturalmente ritirate sulle colline ben soleggiate al riparo dai rigori delle montagne, ma anche dalle umide e rigide pianure. Questa ipotesi troverebbe conferme nel fatto che noi oggi troviamo le tartarughe in zone molto ristrette che oltre a presentare caratteristiche climatiche peculiari accolgono alcune specie di fauna e flora che non troviamo nei territori limitrofi. Ma se così non fosse proviamo a vedere da dove potrebbero arrivare.
L’Umbria fu abitata sin da epoche antichissime da popolazioni aborigene di cui si conserva memoria storica, ma che già in tempi remoti vennero sopraffatte dagli umbri. Probabilmente si trattò dei primi popoli ariani o indoeuropei a venire in Italia dall’Europa nord-orientale. Gli umbri muovendo da nord verso le zone montuose centrali si estesero poi verso la Toscana, il Lazio, le Marche e la Sabina, affacciando i loro domini sia sull’Adriatico che sul Tirreno. Tuttavia poco si sa su questa civiltà che intorno al 500 a.C. venne respinta nelle zone interne al di là del Tevere dalla civiltà etrusca con la quale nutrì rapporti costanti nel tempo che videro avvicendarsi periodi di conflitto e successive alleanze per difendersi dai romani che subentrarono ad entrambi nel 300 a.C.
Sicuramente al periodo etrusco è da attribuire l’introduzione della coltivazione degli ulivi in queste zone, ma anche alberi come i cipressi, sacri agli etruschi, entrano nello stesso periodo a far parte del paesaggio di questi luoghi.
Interessante è come i cipressi andarono spesso ad integrarsi ai lecci nei boschi e li ritroviamo anche nei boschi sacri di cui, ancora oggi, conserviamo spesso memoria nei pressi dei Cimiteri. Tra essi molto importante è sicuramente quel Bosco sacro cui fa cenno anche Plinio il Giovane nella lettera al suo amico Romano. Infatti esso grazie anche alla sacralità infertagli dai cipressi è ritenuto sacro anche in epoca romana durante la quale viene protetto da una legge particolare che è giunta fino a noi su due cippi di calcare siliceo risalenti al III sec. a.C.. La legge di questi cippi vieta qualsiasi interferenza con la naturalità del bosco: non si poteva portare via in qualsiasi modo quel che al bosco apparteneva, inoltre veniva vietato l’asporto della legna secca, non vi si poteva pascolare né cacciare. Unica eccezione a queste rigide regole protezionistiche era il taglio della legna per l’annuo sacrificio offerto a Giove al quale il bosco era consacrato in maniera particolare.
Se le Testudo hermanni fossero
già lì all’arrivo degli etruschi oppure no
non ci è ancora chiaro, ma sappiamo che questi animali
avevano per questa civiltà una valenza sacrale, infatti è a
questi popoli che solevano deporre all’interno
delle proprie tombe gusci di tartaruga, che si fa risalire
anche l'introduzione della Testudo marginata in Toscana Dai loro viaggi intorno al mediterraneo gli estruschi portavano sulla
penisola diversi esemplari di tartaruga (testimonianza ne è il
fatto che venissero posti nelle tombe anche gusci di tartarughe
terrestri di specie esotiche graeca e marginata), quindi non è escluso
che ne allevassero anche nella nostra regione e che magari ne ponessero
degli esemplari tra i cipressi del Bosco Sacro. Con certezza si
può affermare che, al di là della loro origine, se
le tartarughe si trovassero lì da questo momento in poi
sarebbero vissute in tranquillità, fino almeno all’avvento
del cristianesimo, grazie a quella che forse possiamo ritenere la
prima legge di grande valenza ecologica che sembra istituire una
vera e propria riserva naturale.
In seguito all’avvento della dominazione
romana, l’Umbria conosce un forte sviluppo economico
grazie anche alla costruzione e al potenziamento di importanti
vie di comunicazione che favoriscono gli scambi commerciali.
Agli inizi del I sec. a.C. il regionalismo locale viene sacrificato
in nome della civitas romana e vengono costituiti i municipi,
continua lo splendore economico e vengono anche costruite le
cinte murarie di alcune città; mentre in campagna vediamo
sorgere le domus, a ridosso delle mura cittadine
sorgono le cosiddette "chiuse":
termine ancora oggi impiegato per indicare dei grandi orti chiusi
in cui mura e terrazzamenti hanno la duplice valenza di trattenere
il terreno nei punti di maggiore inclinazione e di proteggere
preziosi alberi di ulivo e di vite. La fertilità dei campi,
un topos ricorrente nella letteratura latina, è per l' Umbria motivo per decantare anche la bellezza delle
acque, dei campi e la forza degli animali che vi pascolano. Ma
altresì un incentivo alla utilizzazione di tutti i suoli
disponibili. Lo confermano anche gli scritti degli agrimensori
romani che ricordano come il territorio di Hispellum, l’odierna
Spello, e in parte quello di Foligno e Bevagna vennero suddivisi
per ricavarne i lotti da assegnare ai veterani delle guerre;
probabilmente i militari che avevano operato nelle campagne di
guerra con Giulio Cesare. Tale divisione fondiaria operata nel
I sec. a.C. appare ancora oggi riconoscibile nei tracciati lungo
la via Flaminia e nella parcellizzazione del territorio.
E’ in questo periodo che prendono piede sempre più le
colture tipiche della civiltà di Roma e, mentre nelle
canapine lungo le valli si introducono colture nuove che nei
secoli porteranno alla selezione di prodotti tipici, sulle mura urbiche iniziano a fiorire i capperi
e sui versanti meridionali delle colline si intensificano le colture dell’olivo
e della vite. Nell’ambito della frenesia di questi secoli
non è da escludere che oltre alle nuove colture, i romani
in occasione di viaggi e scambi commerciali abbiano
acquisito i primi esemplari di Testudo
hermanni che perfettamente si adattarono ai dolci climi di
questi luoghi.
Durante il Medioevo in tutta
Europa le carni di tartaruga venivano cucinate, bollite in alternanza
con pesce e lumache, come “cibo di magro” nei
giorni che la religione individua come “di astinenza”.
Durante
il periodo di quaresima e il venerdì i
monaci erano autorizzati a nutrirsene, e pertanto sembra che alcuni
ordini religiosi le allevassero negli orti dei conventi.
Anche in epoche successive in Europa hanno continuato
a cibarsene: questa
carne leggera veniva prescritta dai medici nelle malattie di “languore” e
inoltre si riteneva che il brodo di tartaruga guarisse la tosse.
Nel V sec d.C. quando iniziano le scorribande barbariche in Italia,
l’Umbria non viene risparmiata e tutti i municipi romani
vengono devastati e saccheggiati. Come se non bastasse nella stessa
epoca l’Italia viene scossa da potenti terremoti e la nostra
regione ne è devastata. In questo marasma si comprende chiaramente
come i terreni e le case furono alternativamente abbandonati e
ripresi, i muri di cinta abbattuti e ricostruiti e così le
povere tartarughe dimenticate sarebbero tornate a vagare selvatiche.
A questo punto, ammesso che le Testudo
hermanni fossero lì da tempi remoti o vi fossero giunte
con gli etruschi, sicuramente passarono un periodo poco tranquillo,
ma se non ci fossero mai state prima potrebbero essere arrivate
con i monaci che allevandole all’interno dei soleggiati
orti dei loro conventi ne avrebbero diffuso la presenza anche nei dintorni. Questa tesi, che non sarebbe necessariamente
in contraddizione con le precedenti (in quanto i monaci e i paesani
potrebbero aver raccolto le tartarughe da allevare nei territori
circostanti), sarebbe avvalorata dall'attuale presenza negli orti
dei conventi umbri di Testudo
hermanni allo stato selvatico.
I periodi successivi videro il costituirsi del
Ducato di Spoleto che dopo un lungo periodo di indipendenza passò sotto
il controllo dello Stato Pontificio. Tuttavia in età rinascimentale,
grazie all’autonomia riconosciuta alle varie città umbre,
si formarono numerose signorie e contemporaneamente i commerci e
le attività manifatturiere prosperarono. Verso la metà del
XVI sec. papa Paolo III soppresse le autonomie cittadine e sottopose
la regione ad un governo diretto. In età napoleonica l’Umbria
fu tolta ai papi per poi essere loro restituita in seguito a
varie vicende. Ma nell’ambito del nostro discorso
ci soffermeremo solo su un altro momento storico, quello
che si svilupperà tra 600 e 800 e che in seguito all’arrivo
di prodotti nuovi dalle colonie in America e in Asia, vedrà svilupparsi
un forte fascino per l’esotico e tutti gli elementi ad esso
legati. In questo periodo vedremo le ville e i loro giardini popolarsi
di vasi con limoni, agavi e fichi d’india, fontane con pesci
rossi, voliere con pappagalli, canarini e scimmiette, mentre i
nostri lecci verranno sempre più spesso rimpiazzati da platani
e cedri del libano. Nelle volte affrescate delle ville seicentesche
ritroviamo rappresentata tutta l’attenzione di questo periodo
per gli elementi naturali sia botanici che faunistici: negli affreschi
gli uccelli del giardino fanno capolino tra i vitigni sospesi e
tra essi sbucano mazzi di fiori e cesti di frutta. La vivace
curiosità verso elementi naturali
stravaganti da porre ad arredo degli splendidi
giardini all’italiana scatena un po’ la caccia
all’ultimo tulipano giunto dall’Olanda, o alle più strane
qualità di limoni e arance provenienti dal sud; così ancora
una volta la Testudo hermanni rientra
nell’interesse di quanti passeggiando nei loro splendidi
giardini terrazzati adorano sorprendersi nel vederla sbucare dalla
siepe del vialetto.
Possiamo affermare tranquillamente che tra
la fine dell’800 e i primi anni del ‘900 le Testudo
hermanni erano già presenti e naturalizzate
in questi luoghi e la certezza ci è data da chi
ai primi del XX secolo ricorda con chiarezza la presenza di un
numero sicuramente maggiore di tartarughe ed una più estesa distribuzione. Successivamente le
due guerre mondiali non hanno
probabilmente turbato molto gli equilibri di queste campagne
umbre dove le stagioni pesano più di qualsiasi evento
storico a ricordare che la vita va avanti sempre e comunque: "quando
giunge il tempo le olive vanno raccolte!" Al massimo, forse, qualcuno
sarà tornato a mangiare brodo di tartaruga per placare
la fame di quegli anni.
Dopo secoli di serena convivenza tra queste terre e le attività agricole dell’uomo, arriva il dopo guerra e il successivo boom economico degli anni ‘60 a turbare i placidi equilibri della vita delle tartarughe con importanti lavori di urbanizzazione: espansione dei centri abitati ai territori agricoli adiacenti, utilizzo di moderne macchine agricole che si sostituiscono alla mano dell’uomo nei lavori della terra, pianificazione edilizia con creazione di reti idriche, fognarie, elettriche nonché importanti lavori tesi a migliorare la viabilità anche attraverso le campagne al fine di consentire a tutti di circolare con le proprie automobili nuove.
Inoltre, come se non bastassero tutti questi nuovi pericoli a stravolgere la vulnerabile esistenza di questo rettile, negli anni ‘70/’80 in tutta Europa esplode la moda della tartaruga da giardino o da balcone. In questi anni, oltre al prelevamento delle tartarughe dai luoghi di naturale distribuzione, iniziano massicce importazioni di questi rettili da paese a paese per soddisfare le esigenze dei mercati europei.
Sicuramente le zone che interessano le nostre
tartarughe umbre non vengono risparmiate da opere edilizie e saccheggi
di esemplari sul territorio. Lo scenario che ritroviamo
oggi è molto diverso rispetto a quello degli inizi del
secolo quando tra gli ulivi si contavano centinaia e centinaia
di esemplari, tuttavia, ancora oggi ci è dato osservare
le tartarughe selvatiche in alcune zone della nostra regione.
Si tratta di quegli stessi versanti soleggiati delle colline dove
gli umbri si istallarono nell’antichità, i luoghi
dei boschi di lecci e cipressi sacri agli etruschi e ai romani,
gli orti coltivati ad ulivo dei conventi, i panoramici terrazzi
dei giardini seicenteschi e i giardinetti fioriti degli anni 70.
Il perché la conservazione di questi rettili indifesi e
vulnerabili sia stata possibile in dette zone della nostra regione
meglio che altrove risiede probabilmente nella gestione tradizionale del territorio che ha consentito alle Testudo hermanni di attraversare
placidamente le epoche lasciando che la frenesia di alcuni momenti
storici non fosse fatale alla loro esistenza.
DESCRIZIONE
Al fine di delineare le differenze che caratterizzano la popolazione rispetto alle Testudo hermanni di altre regioni sarebbe interessante possedere le tabelle di differenziazione regionale adottate da alcuni centri di salvaguardia al fine di stabilire dei criteri chiari per poter associare ogni esemplare al proprio luogo d’origine.
Accurate osservazioni andrebbero condotte sul comportamento di queste tartarughe se si volesse tentare di evidenziare eventuali peculiarità rispetto ad esemplari della stessa specie; infatti, è possibile che l’isolamento e la distribuzione geografica di questa regione possa aver influito nel tempo sulla biologia di questi rettili e di conseguenza sul loro comportamento. I dati riportati di seguito, estrapolati dal nostro taccuino, emergono da osservazioni a volte rapide e saltuarie che andrebbero supportate da ulteriori osservazioni e ricerche sul campo.
TESTUDO HERMANNI hermanni (Gmelin, 1789)
LUOGO: Umbria
PERIODO DI OSSERVAZIONE: Saltuario dagli anni ‘70 ad oggi;
SPECIE: Testudo hermanni hermanni;
HABITAT: uliveti coltivati ed incolti. Terreni soleggiati, aridi e sassosi;
ETA’: mista (età media approssimata: 15 anni);
SEX RATIO:
n° 13 maschi - n° 22 femmine - n° 8 giovani;
DIMENSIONI MAX MASCHIO: n° 13,5 cm circa;
DIMENSIONI MAX FEMMINA: n° 15 cm circa (peculiare rispetto ad alcune popolazioni di Testudo hermanni hermanni italiane che possono raggiungere i 19 cm nelle femmine adulte);
DESCRIZIONE MORFOLOGICO- COMPORTAMENTALE
Ampiamente illustrata nel censimento fotografico, la popolazione umbra presenta caratteristiche peculiari che a seguito di studi più approfonditi potrebbero delineare i lineamenti di un ecotipo disitinto dalle Testudo hermanni hermanni delle altre regioni italiane.
CARAPACE: la forma del carapace mostra un leggera tendenza ad allargarsi posteriormente in percentuale maggiore nei maschi che nelle femmine e inoltre una leggerissima svasatura delle placche marginali sopra le zampe posteriori probabilmente ne accentua l’effetto. La colorazione del carapace si presenta vivacemente contrastata sui toni del nero intenso e del giallo carico. Con l’età, dopo i 20/25 anni, a causa dell’usura naturale delle placche, le righe di accrescimento iniziano a levigarsi e a questo punto in generale il carapace assume un aspetto generale più chiaro lucido, la colorazione gialla di fondo assume toni vicini all’arancio, mentre i segni e le striature che finora contornavano le macchie del carapace si riducono e queste mostrano contorni più arrotondati e quindi appaiono meno striate e pertanto più nette e definite. Caratteristica costante di queste tartarughe è un disegno geometrico presente intorno alla placca cornea vertebrale anteriore e che coinvolge le due marginali e le due frontali anteriori; tale disegno già presente nei giovani, come gli altri tende a attenuarsi o scomparire negli esemplari anziani anche se solitamente ne conserva traccia. In molti esemplari appartenenti anche ad aree relativamente distinte o separate tra loro si è osservata una presenza considerevole di scaglie anomale nelle placche cornee del guscio; inoltre, la placca sopracaudale che nella parte esterna del carapace è sempre divisa in due (solo es. n° 1 presentava placca sopracaudale unica, con divisione però della vertebrale posta direttamente sopra), mentre internamente è unita.
PIASTRONE: la struttura del carapace è fondamentalmente rigida, ma il piastrone, posteriormente, nella sutura compresa tra le placche addominali e le mediana presenta una leggerissima mobilità in entrambi i sessi, ma più evidente nelle femmine adulte. Il piastrone è caratterizzato da due fasce scure tendenzialmente unite, ma che a volte possono presentare dei distaccamenti in particolare in corrispondenza degli scuti pettorali, femorali e anali. In alcuni esemplari le gulari presentano delle macchiette scure generalmente irregolari ed asimmetriche.
CUTE: la colorazione della cute è di un grigio-giallastro: la testa è grigia, mentre il resto del corpo è più giallo. Le zampe posteriori sono piuttosto gialle, mentre le anteriori sono grigiastre, ma presentano una serie di tubercoli giallo paglierino disposti in senso longitudinale creando una linea centrale alla zampa stessa.
UNGHIE: le unghie delle zampe posteriori sono sempre 4 mentre gli arti anteriori presentano indifferentemente 4 o 5 unghie non necessariamente in numero simmetrico nello stesso esemplare.
DIMORFISMO SESSUALE: oltre le classiche caratteristiche descritte nella scheda della specie, i maschi di questa popolazione, di modeste dimensioni, presentano una forma che potremmo definire a “pera”: più stretta nella parte anteriore del carapace e più larga a livello della sutura femorale;
CICLO VITALE e RIPRODUTTIVO: Queste tartarughe seguono i ritmi stagionali dettati dall’andamento climatico e le loro attività si intensificano quindi in primavera, a inizio e fine estate e un po’ in autunno fino a che il tempo lo consente. Seppur non manca di osservare approcci amorosi in primavera, dopo l’uscita dal letargo, il periodo in cui gli accoppiamenti trovano la loro massima espressione avviene dopo le piogge di fine estate fino ad autunno inoltrato quando si interromperanno all’arrivo dei primi freddi. Inoltre, corteggiamenti e accoppiamenti non sono mai eccessivamente cruenti: infatti, è difficile osservare scontri tra maschi anche se intenti nel corteggiamento della stessa femmina. Inoltre, il corteggiamento non comprende mai l'oscillazione del muso del maschio di fronte a quello della femmina. Le deposizioni avvengono di norma tra metà maggio e metà giugno con casi sporadici ed eccezionali che si spingono al mese di luglio, nel caso di doppie deposizioni che però non si verificano ogni anno e quando avvengono riguardano generalmente la maggior parte degli esemplari stanziati nella stessa zona. Probabilmente il numero delle deposizioni e la quantità di uova prodotte è influenzato dall’andamento climatico stagionale, dalla esposizione ai raggi solari e dalla disponibilità di cibo; per cui possiamo considerare che le annate più produttive saranno quelle con primavere più calde, ma anche con saltuarie e brevi piogge poiché un clima del genere consentirà una adeguata esposizione i raggi solari e allo stesso tempo una buona disponibilità di erbe fresche. Le nascite di conseguenza si avranno con le prime piogge di fine agosto o i primi di settembre. In caso di deposizioni tardive o di estati eccessivamente fresche e piovose, non è da escludere che gli embrioni continuino a svilupparsi fino all’autunno per poi uscire dal nido la primavera successiva.
RIFUGIO: l’assenza totale di acqua e l’aridità dei pendi olivati costringe le tartarughe ad una diminuzione delle attività con l’aumentare delle temperature cosicché i ritmi diminuiscono fino a fermarsi nel periodo di estivazione che , a seconda della piovosità della stagione, da fine giugno ai primi acquazzoni di agosto. Questo periodo, così come la notte e il letargo invernale vengono trascorsi dalle tartarughe in tane da esse stesse scavate nel terreno. Di solito vengono privilegiate aree molto scoscese e quindi ben drenate, ma anche ricche di vegetazione che ne dissimuli completamente l’accesso. La specie è abbastanza abitudinaria e come le femmine spesso utilizzano negli anni gli stessi luoghi di deposizione, così anche le tane vengono sfruttate nel tempo. Solitamente queste tane sono dei semplici scavi nel terreno protetti da pietre o vegetazione idonei a contenere esattamente la tartaruga. A volte. però, gli esemplari di taglia maggiore costruiscono profonde tane alla radice di grossi alberi, sotto la roccia o alla base dei muretti a secco; negli anni queste tane vengono periodicamente allargate da successivi scavi e spesso sono utilizzate anche da più esemplari contemporaneamente.
STATUS DELLA SPECIE E DELLA POPOLAZIONE
VULNERABILITA’: FATTORI AVVERSI E LIMITANTI
Oggi la THH si è estinta in molte aree della sua naturale
diffusione sul territorio italiano e dove essa è ancora
presente si tratta di popolazioni molto localizzate costrette in
condizioni di insularità ecologica a causa della
frammentazione degli habitat operata
dall’uomo.
Tra le principali cause alla base di questa frammentazione degli habitat e delle successive estinzioni si annoverano: la distruzione o alterazione degli ambienti naturali, il prelievo di esemplari selvatici a scopi ornamentali e commerciali, le uccisioni dirette dovute soprattutto al traffico stradale.
Nei nostri territori si hanno testimonianze
di abbondanti raccolte iniziate negli anni ‘70 e
perpetratesi fino quasi ai primi anni ‘90 che
hanno sicuramente portato ad un calo numerico degli esemplari presenti
tanto da decretarne la scomparsa definitiva da alcune zone; tuttavia
oggi, probabilmente grazie anche alle leggi di protezione e al relativo
abbandono dei campi coltivati sembra che il fenomeno di raccolta
diretta sul terreno si sia quantomeno ridotto a sporadici
casi. Ma, acquisti e vendite di terreni nonché ristrutturazioni
di vecchi ruderi di campagna, negli anni successivi al terremoto
del 1997, stanno apportando piccole ma continue modifiche agli
ambienti frequentati dalle tartarughe.
Oltre alla mano dell’uomo, altre cause naturali concorrono a
rendere precaria la sopravvivenza della specie: le predazioni sono
perpetrate per la maggior parte nei confronti di uova e piccoli esemplari,
mentre il rischio incendi è relativamente basso, ma in alcune
aree, data la concentrazione di numerosi individui si tratterebbe di un evento
nefasto. Mai si sono osservate tartarughe schiacciate sulla strada,
ma poiché molte delle zone studiate sono attraversate da rotabili,
pensiamo che il rischio più elevato per una tartaruga
che raggiunge la strada sia quello di essere raccolta.
La predazione è perpetrata soprattutto nei confronti
dei nidi e dei piccoli da parte dei nemici naturali: corvidi, ratti,
mustelidi, felini, cani, volpi, porcospini, istrici, serpenti e rapaci. In
particolare, in alcune aree dove l’istrice è presente
con popolazioni molto consistenti, la convivenza risulta essere difficile
poiché questo, con i suoi continui scavi
nel terreno annienta quasi completamente gli sforzi
riproduttivi delle tartarughe; infatti, durante il periodo riproduttivo,
il terreno risulta “crivellato” dai piccoli scavi del roditore
soprattutto in prossimità delle zone di luce tra gli ulivi che generalmente
sono quelle prescelte dalle tartarughe per la deposizione.
Come dimostrano i dati di seguito riportati (Cfr. Bruno S.), le popolazioni di tartarughe in libertà riescono a sopravvivere e mantenere un numero di esemplari più o meno costante solo grazie alla longevità degli individui che la compongono. Tuttavia si tratta di un equilibrio quanto mai precario se si considera inoltre che una femmina raggiunge la maturità sessuale non prima dei dieci/dodici anni.
Idonee cause esterne, quali ad esempio gli sbalzi di temperatura, sono alla
base dell’elevata mortalità degli embrioni;
infatti, a quanto riportato da Bruno S., approssimativamente poco più della
metà delle uova deposte risulta sterile o comunque non sviluppa embrioni,
1/4 - 1/3 delle uova contiene embrioni morti, e solo da 1/4 - 1/3 delle uova
nascono piccole tartarughe. Se si considera che ogni femmina adulta di Thh
depone da 2 a 5 uova per covata i risultati che emergono sono sbalorditivi.
Facendo un rapido conteggio: presupponendo per eccesso che la media delle
uova deposte da una femmina in una stagione sia di 3 per due covate, otteniamo
che le uova deposte sono 6: di cui almeno tre/quattro saranno sterili, due/tre
conterranno embrioni morti, e quindi avranno la possibilità di venire
alla luce zero/un piccolo. Questi studi seppur apparentemente
pessimistici non si discostano molto dalla realtà; infatti, se da
un lato la percentuale di schiuse osservate in cattività sembra un po’ smentire
una così bassa percentuale, d’altro
canto si deve tener conto che per le nostre tartarughe una doppia deposizione
annuale è pressoché eccezionale e che le uova non
superano quasi mai il numero di tre. Inoltre, non si è tenuto
conto della predazione delle uova nei nidi che comunque è considerevole
e della elevata mortalità dei piccoli soprattutto nei primi cinque
anni di vita.
Volendo azzardare un bilancio in base alle
aree e alla frequenza di avvistamento, attualmente potremmo ipotizzare che la popolazione nel complesso è da ritenersi ben
strutturata, con una forte presenza di giovani tra i 5
e 20 anni. Non risulta infatti difficoltoso osservare piccoli di
varie età e misure. Tuttavia, alla luce di quanto detto sopra è evidente
che la biologia di questi animali impone dei tempi lunghissimi
di recupero numerico su popolazioni selvatiche e pertanto l’estinzione
della specie è sempre in agguato e dove concorrono cause esterne
non vi è pressoché alcuna
possibilità di auto recupero. Nel caso in cui una
femmina adulta che vaga su una strada alla ricerca del luogo migliore
dove deporre venisse schiacciata
da un automobile o catturata, sarebbe sicuramente un individuo in
meno di una popolazione che probabilmente non sarà più in
grado di recuperare; infatti, se l’auto incremento
è più semplice per specie
come la Thb, la Tm, o la Tg che comunque producono un numero di uova
molto più alto da 3 a 16, risulta realmente impossibile
per le nostre tartarughe occidentali se non coadiuvate da attività di
riproduzione controllata e reintroduzione.
In conclusione, se per quanto concerne l’origine
della presenza qui in Umbria delle tartarughe ci siamo limitati
ad azzardare ipotesi, per quanto attiene invece alla possibilità di
sopravvivenza che ha avuto qui più che altrove,
possiamo chiaramente dire che essa è data dallo stretto
legame delle tartarughe con il territorio e le attività agricole
tradizionali. A questo punto, che le tartarughe
siano sempre state qui o siano state portate in epoche successive,
crediamo che meritino il dovuto interesse per quella che è la
popolazione di tartarughe selvatiche che abita l’area più interna
e lontana dal mare e
di conseguenza la necessaria attenzione in attività di salvaguardia
al fine di consentire loro di continuare a vivere in questa regione.
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CENSIMENTO FOTOGRAFICO
ORIGINI e STORIA
DESCRIZIONE
STATUS

Carapace e piastrone del maschio e della femmina

Disegno geometrico in esemplare adulto

Disegno geometrico in esemplare giovane

Disegno geometrico che tende a sbiadirsi con l'età

Disegno geometrico in esemplare anziane

Sopracaudale parte esterna

Sopracaudale parte interna

Macchie scure gulari

Tana

Terra scavata dall'istrice
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