SCHEDA TESTUDO HERMANNI

DESCRIZIONE

TASSONOMIA E SOTTOSPECIE

Dopo gli incerti tentativi di classificazione che si sono succeduti negli anni, nel 1992 Roger Bour ha determinato e descritto due sottospecie di Testudo hermanni: la forma occidentale, Testudo hermanni hermanni (Thh): diffusa in Spagna, Francia e Corsica, Italia peninsulare e isole; e la forma orientale, Testudo hermanni boettgeri (Thb) che è presente in tutte le regioni orientali del suo areale di distribuzione a partire dalle zone a nord-est dell’Italia fino alla Romania.
Negli ultimi anni, diversi studi in atto su entrambe le sottospecie, stanno tentando di distinguere alcuni genotipi che presenterebbero caratteristiche peculiari rispetto alla sottospecie nominale: si tratta ad esempio del caso della tartaruga corsa o quella di genotipi regionali delle popolazioni italiane.

DESCRIZIONE CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE

Il carattere distintivo della specie è l’astuccio corneo all’apice della coda: questa cioè termina con una sorta di unghia in entrambi i sessi. Inoltre, la specie presenta generalmente due scuti sopracaudali. Le unghie delle zampe sono in numero variabile nelle zampe anteriori da 4 a 5 e non necessariamente uguali nelle due zampe; posteriormente sono invece 4.
La Thh raggiunge la taglia massima di 15 cm nei maschi e di 19 cm nelle femmine. La forma del carapace è piuttosto ovale senza allargarsi sulle zampe posteriori e sempre con una cupola ben sviluppata. La livrea presenta una colorazione molto costante, con macchie nere uniformi che contrastano decise su un fondo giallo vivo aranciato. Sui due lati del piastrone sono presenti delle estese bande nere, sempre uniformi e continue. La sutura pettorale è sempre di misura ridotta rispetto alla femorale. Inoltre, nella forma occidentale è sempre presente una larga macchia gialla sotto gli occhi, caratteristica che però troviamo spesso anche in esemplari di Thb soprattutto nei primi anni di vita. La cute è di colorazione giallo.
Nella Thb raggiungiamo taglie decisamente maggiori rispetto alla forma occidentale: i maschi arrivano a misurare 19 cm e le femmine di norma lunghe fino a 25 cm, secondo alcuni autori sembrerebbe che possano raggiungere anche i 30 cm. Il carapace si presenta talvolta leggermente depresso e tende ad allargarsi sulle zampe posteriori; lo scudo sopracaudale a volte unico. La colorazione è molto più variabile che nella forma occidentale: la livrea si presenta più sabbiata e le macchie nere si separano e spesso sfumano o scompaiono completamente sul fondo giallo verdastro. Alcuni esemplari sono quasi completamente gialli verdastri, privi di macchie, mentre altri presentano colori decisi molto vicini a quelli di Thh. La sutura pettorale è uguale o più larga della femorale. La cute è di un giallo molto sabbiato tendente talvolta al grigio. I giovani presentano una colorazione molto simile agli adulti, i neonati della forma occidentale sono generalmente più scuri e presentano già evidenti bande nere continue tipiche della sottospecie.
Un esame genetico sulle testuggini di hermann rivela come le forme di Thb più vicine alla Thh manifestano questa somiglianza solo a livello morfologico perché il DNA mostra con evidenza l’appartenenza degli esemplari all’una o all’altra sottospecie; pertanto uno studio del genere potrebbe essere utile a stabilire l’origine genetica della nostra popolazione di tartarughe umbre e la loro eventuale tipicità.
Il vasto commercio che è stato fatto di questa specie negli anni passati, con successive importazioni ed introduzioni è alla base delle difficoltà che spesso ci si ritrova ad affrontare nel tentativo di ricercare uniformi caratteristiche morfologiche; infatti, in diverse aree del nostro paese ci troviamo in presenza di popolazioni costituite da esemplari che presentano caratteristiche intermedie tra le due sottospecie pur non trattandosi necessariamente di esemplari ibridi.

HABITAT NATURALE

La specie è diffusa in ambienti aridi, pietrosi e ben drenati, ma ricchi di cespugli. La macchia mediterranea, le dune litoranee, la gariga, le leccete aperte o anche zone coltivate ad ulivo, sono gli ambienti prediletti. Generalmente si trova nelle regioni costiere, ma trovando habitat idoneo si spinge in ambienti collinari o anche montani raggiungendo le quote più elevate in Sicilia dove la si ritrova fino ai 1000 m. sul livello del mare.
L’area di distribuzione della forma orientale comprende regioni più rigide, con temperature invernali che raggiungono i -5°, infatti anche in cattività si è dimostrata maggiormente adatta e resistente ai climi del Nord Italia.

COMPORTAMENTO E ABITUDINI DI VITA

Il ritmo delle attività vitali dipende dalla temperatura ambientale. Verso la fine dell’inverno, nel mese di marzo, con l’arrivo delle belle giornate, le tartarughe iniziano ad affacciarsi dai rifugi dove hanno trascorso i mesi di letargo invernale. Quando, in tarda mattinata, il calore del sole attiva la circolazione favorendo la vitalità, le tartarughe si dedicano alla ricerca  del cibo, mentre nella parte più calda della giornata le attività si riducono e gli animali sostano all’ombra dei cespugli per poi riattivarsi nel tardo pomeriggio.
All’uscita dal letargo invernale hanno luogo gli accoppiamenti.
Dopo l’accoppiamento, le femmine stazionano a lungo al sole e dopo circa sei settimane (maggio/luglio) si avventurano alla ricerca del luogo più adatto alla deposizione: un pendio sabbioso o ghiaioso, ben drenato e soleggiato con esposizione S SO possibilmente protetto nel lato a nord da una pietra, una radice d’albero, un ricco ciuffo d’erba o altro.
L’incubazione delle uova, affidata al calore solare, dura da 70 a 120 giorni. Alla nascita i piccoli sono completamente autonomi e provvedono immediatamente a sfruttare le buone giornate per nutrirsi prima di cercare un riparo dove passare l’inverno.
La Th si ripara dagli eccessi climatici sprofondando nel terreno o nascondendosi in rifugi naturali o vere e proprie tane da essa stessa scavate. Quando in estate le temperature si fanno eccessive, oppure in inverno scendono le tartarughe rallentano le attività e si preparano al letargo. Estivazione e ibernazione hanno una durata variabile a seconda dell’andamento climatico: mentre la prima viene interrotta in occasione dei forti temporali estivi, la seconda dura dai due e ai cinque mesi tra novembre e marzo.

TRACCE

La presenza delle tartarughe terrestri è spesso tradita dal rumore prodotto dal cozzare violento delle corazze dei maschi contro le femmine durante il corteggiamento oppure dal sibilo prodotto dagli stessi durante l'accoppiamento. Tuttavia, nonostante spesso risulta molto difficile poter osservare questi animali anche in luoghi molto popolati, gli indizzi da seguire possono essere diversi: nel caso di ambienti caratterizzati dalla presenza di vegetazione secca è facile udire il fruscio dei passi delle tartarughe, oppure, nel caso di un substrato sabbioso non è difficile notare le impronte prodotte dal loro passaggio. Inoltre, nei luoghi utilizzati per la deposizione è facile imbattersi nei resti delle uova diffuse in prossimità dei nidi predati.

RAPPORTO CON L’UOMO

STORIA DEL RAPPORTO CON L’UOMO

In Europa, durante il Medioevo le tartarughe venivano mangiate come alimento concesso in tempi di digiuno e inoltre a volte il brodo di tartaruga veniva prescritto dai medici perché si credeva fosse curativo in casi di languore e inappetenza. Ma la vera minaccia a tutte le popolazioni selvatiche di tartarughe arriva dall’uomo negli anni 60-80 quando, alla distruzione degli habitat naturali dovuta ad incendi e antropizzazione, si aggiunge il prelievo indiscriminato a fini commerciali e ornamentali.
Per rendere in maniera adeguata l’entità del traffico commerciale cui furono soggette tutte le testuggini in quegli anni si cita quanto Bruno S. nel 1979 scriveva a tal proposito nel suo libro “Rettili d’Italia”:


      " … in Inghilterra ne venivano importati quasi 100000 es. all’anno dai soli Balcani e nel 1960 ne furono introdotti 250000 es.; nel 1971 oltre 400 mila es. furono esportati dalla Grecia in più Paesi dell’Europa occid.; sempre nel 1971 furono esportati dalla Jugoslavia 124236 es. di Testudo hermanni e di Testudo greca in Germania occid., 90060 in Belgio, 60945 in Olanda, 50691 in Italia, 36201 in Francia, 22737 in Inghilterra, 9942 in Svizzera, 5373 in Austria e 870 in Danimarca; in Albania vennero uccisi in tre giorni fino a 10000 es. e molti di più erano ogni anno esportati in Germania; nel 1958 oltre 1800 es. furono esportati dall’Italia in Svizzera. Oggi la specie è ovunque abbastanza rara e comunque localizzata, tanto da essere soppiantata nel commercio dalla T. graeca. Attualmente è protetta, eccetto in Francia, Italia e Grecia; in alcune regioni dei Balcani è tuttavia possibile catturarne ogni anno un determinato numero di es. le cui dimensioni però non devono superare un certo limite.
(…) Contrariamente a quanto comunque si pensa è una sp. Difficile da allevare e di conseguenza la maggior parte degli es. catturati muoiono."

RISCHI NATURALI

I predatori naturali delle nostre tartarughe sono molti, anche se in realtà il rischio di essere predate diminuisce progressivamente in rapporto all’età e alla grandezza dell’animale. I principali rischi oggi per gli esemplari adulti sono dati dall’urbanizzazione, la raccolta indiscriminata da parte dell’uomo e la modernizzazione delle pratiche agricole che uccidono gli adulti e rendono nullo qualsiasi sforzo riproduttivo. Inoltre, sembra che saltuariamente, soprattutto in Sardegna e nell’areale orientale dove la presenza è più costante e diffusa sul territorio, le tartarughe vengono predate da rapaci e corvidi che le afferrano e le portano in alto per poi lasciarle cadere e mangiarle. Nelle nostre regioni le uova nei nidi e i piccoli fino a 6-7 anni sono quelli più esposti al rischio di essere predati da corvidi, ratti, mustelidi, felini, cani, volpi, porcospini, istrici, cinghiali, serpenti, rapaci e gabbiani.

PROTEZIONE - STATUS GIURIDICO

Oggi la forma orientale è ancora ampiamente diffusa nei Balcani, mentre per la forma occidentale la distribuzione è molto ridotta e frammentaria. Al fine di limitare il commercio indiscriminato che ha portato all’estinzione di numerose popolazioni riducendone altre al limite della sopravvivenza tutte le specie di testudo sono oggi inserite nell’appendice II della convenzione di Washington  (C.I.T.E.S.) a cui fa seguito un’ampia legislazione che ne vieta , la cattura, il commercio e la detenzione.

 

ALLEVAMENTO IN CATTIVITA’

La cattura, il commercio e la detenzione delle Th è vietato da diverse normative nazionali e internazionali. Il regolamento C.I.T.E.S. consente la detenzione della specie limitatamente ad esemplari in possesso dei previsti documenti che ne attestino la regolare detenzione o la nascita in cattività da esemplari già regolarmente detenuti. L’allevamento in zone limitrofe a quelle di naturale distribuzione non è difficile se effettuato nel rispetto delle esigenze biologiche della specie.

SISTEMAZIONE

Partendo dal presupposto che le condizioni necessarie per allevare questi animali sono le più vicine possibile a quelle naturali, è da escludere l’allevamento in appartamento o in balcone aberrando la stravagante soluzione che veniva adottata in passato di legare le tartarughe ad una catenella forando la placca sopracaudale.
Allevare le tartarughe libere in giardino è sconsigliabile perché gli animali sono scarsamente controllabili e tra gli altri rischi, possono tentare fatali fughe nel traffico urbano. Inoltre, la disponibilità di piante ornamentali velenose potrebbe essere quanto meno nociva e la convivenza con altri animali da cortile è assolutamente da evitare: infatti, i cani possono provocare gravi lesioni agli arti e alla corazza e le galline tendono a pizzicare loro gli occhi. Gli unici animali dai quali le tartarughe potrebbero trarre giovamento sono i gatti i quali seppur in possesso di pericolosi artigli, se ben domestici e abituati alla convivenza, non disturbano le tartarughe, ma anzi contribuiscono a tenere lontani i topi, micidiali attentatori alla vita delle tartarughe soprattutto durante il letargo. Tuttavia, non va dimenticato che ogni animale costituisce un reale pericolo per le piccole tartarughe neonate che pertanto vanno tutelate con delle reti di protezione che non le rendano accessibili a mammiferi, volatili o rettili.
Lo spazio ideale da dedicare alle nostre tartarughe sarebbe una recinzione adeguata per ampiezza e caratteristiche alle esigenze della specie e al numero degli esemplari.
Valutando di voler allevare un maschio e due femmine adulte dobbiamo pensare ad un’area di almeno 4 mq. La recinzione potrebbe essere realizzata con rete elettrosaldata alta circa 1 m di cui una parte interrata di almeno 30 cm e avente un’altezza di circa 60 cm con la parte superiore capovolta verso l’interno per 10 cm.
L’area da scegliere deve essere ben esposta ai raggi solari pur prevedendo buone zone d’ombra, mentre il suolo dovrebbe essere ghiaioso e sabbioso o comunque ben drenato. Al fine di poter beneficiare di una continua esposizione ai raggi solari, il terreno prescelto dovrebbe avere una leggera pendenza verso S SO: questa leggera inclinazione del terreno potrebbe evitare accumuli e ristagni d’acqua e fango che soprattutto durante il letargo invernale potrebbero causare l’insorgere di gravi malattie respiratorie e la morte. Il lato da porre “a monte” è quello rivolto verso N NE che andrebbe riparato con un muretto o dei pannelli in legno, vetro o plastica sui quali appoggiare dei rifugi aventi l’apertura rivolta a S SO; sullo stesso lato si dovrebbe prevedere l’istallazione di folti cespugli (lavanda, timo, rosmarino, pini a portamento prostrato, cespugli della pampa…) estesi per almeno un terzo dell’intera area. I cespugli e i nascondigli (casette basse, tegole, tronchi vuoti…) hanno la funzione di proteggere gli animali dal sole intenso, ma anche e soprattutto dalla pioggia, dall’umidità atmosferica, dal ghiaccio e in generale dai rigidi climi invernali.
Il resto del terreno compreso nella recinzione dovrebbe essere sgombero e ben soleggiato in modo da consentire una buona incubazione delle uova.

ALIMENTAZIONE

Anche se in cattività le tartarughe sembrano accettare qualsiasi tipo di alimento, in realtà la dieta più naturale ed adeguata alle loro esigenze è costituita da vegetali e segue l’andamento stagionale: se a primavera è costituita quasi esclusivamente da erbe come trifoglio, tarassaco o convolvolo, in autunno le tartarughe prediligono cibi più zuccherini e nutrienti come fichi e mele che permettono un buon accumulo di riserve in previsione del letargo invernale.
Gli esemplari maschi sembrano gradire più delle femmine alimenti proteici per cui a volte, pur non essendo "cacciatori", integrano la loro dieta con chiocciole, vermi e qualche insetto. In cattività la dieta ideale è quella che ancora una volta più si avvicina al ritmo alimentare naturale, quindi insalata, erba medica, trifoglio e saltuariamente frutta sono l’ideale. Da escludere è la somministrazione di cibi salati e conditi, così come assolutamente vietata è la somministrazione di latticini che potrebbero risultare velenosi, oppure mangimi per cani e gatti che potrebbero contenerne. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che le tartarughe non possiedono gli enzimi necessari a metabolizzare le proteine del latte e quindi provocherebbero delle fermentazioni intestinali che potrebbero rivelarsi fatali.
Da non dimenticare è una ciotola bassa con acqua pulita sempre a disposizione; questa non va posta ai margini della recinzione al fine di evitare che le tartarughe arrampicandosi cadano rovesciate nell’acqua rischiando di annegare. Mentre alcuni esemplari, soprattutto della sottospecie occidentale, sembrano disinteressarsi completamente alla ciotola e acquisiscono i liquidi necessari quasi totalmente dagli alimenti, gli esemplari della sottospecie orientale sono solitamente molto legati all’elemento acqua e non solo bevono costantemente dalle ciotole, ma approfittano delle piogge estive per dedicarsi a prolungati bagni e intense bevute. Molto importante è il ruolo dell’acqua per la reidratazione alla fine del letargo invernale soprattutto per gli esemplari giovani che in assenza della giusta idratazione rischiano di morire dopo poche ore al sole.
L’unica integrazione ad una regolare alimentazione a base di foglie verdi dovrebbe essere costituita da un supplemento di calcio ottenibile semplicemente grattando un osso di seppia per volatili da gabbia sui soliti alimenti; mentre, se si volesse fornire un apporto proteico si potrebbero somministrare un po’ di gamberetti essiccati per tartarughe acquatiche, ma con molta parsimonia (1-2 volte al mese).

LETARGO

Quando le temperature scendono al di sotto dei 16° o superano i 35° le tartarughe riducono i ritmi di attività e sprofondano nel terreno oppure si trovano un rifugio dove superare in stato di letargo queste avversità climatiche. Il riparo estivo sarà in grado di impedire la disidratazione, mentre quello invernale dovrà impedire il contatto con lo strato del ghiaccio superficiale. Durante questi periodi gli animali risultano molto vulnerabili, in particolare durante l’inverno; infatti, è sconsigliato far ibernare tartarughe malate o debilitate poiché rischierebbero di non farcela. Per i piccoli il letargo è una cosa naturale, come normale è superarlo: l’importante è creare loro un rifugio adeguato e prestare attenzione alla giusta idratazione al momento del risveglio.
Le tartarughe allevate all’aperto, all’arrivo dell’inverno troveranno da sole il luogo più adatto: nostra cura sarà semplicemente quella di fornire un rifugio pieno di cortecce, paglia o foglie secche, asciutto e ben riparato dalle correnti fredde.
Fondamentale durante questo periodo è che la temperatura stazioni tra i 10° e i 4° all’interno del rifugio; altrimenti, temperature superiori non consentirebbero il necessario rallentamento delle attività vitali causando un eccessivo dispendio di energie, mentre temperature più basse potrebbero causare il congelamento degli animali e quindi la morte. Nel caso in cui il clima non consentisse un’ibernazione naturale a causa di temperature troppo basse o umidità eccessivamente elevata, le tartarughe potrebbero essere sistemate in cassette piene di paglia o foglie da porre in un ambiente che conservi umidità e temperature stabili comprese nella media richiesta (cantina, garage…); molto importante è accertarsi che dove le tartarughe trascorreranno l’inverno non ci siano topi e comunque è sempre utile predisporre una rete che ne impedisca l’accesso. Infatti, i topi sono molto pericolosi durante il letargo perché divorano l’animale inerme.
Un momento importantissimo per l’animale ibernato è il risveglio. Quando si vede che la tartaruga inizia a muoversi, ad uscire e riprende le attività è bene fornire acqua in abbondanza, magari agevolando la bevuta con qualche bagno. A tale scopo si potrebbe usare un ampio sottovaso con almeno 1,5 cm di acqua, dove deporre la tartaruga che immergerà le narici nell’acqua e berrà abbondantemente per alcuni minuti. Le tartarughe allevate all’aperto integreranno queste bevute con ripetute docce durante i temporali primaverili ripristinando il giusto livello di idratazione e la perdita di liquidi corporei avvenuta durante il letargo invernale. Questo trattamento è fondamentale se si vuole garantire la sopravvivenza dei piccoli al risveglio; infatti, avendo una minore massa corporea i piccoli tendono a soffrire di più della disidratazione invernale e per gli esemplari che non siano posti nelle condizioni di ripristinare la giusta idratazione, l’esposizione ai primi raggi solari potrebbe risultare letale.

MALATTIE

Le tartarughe adulte in natura sono animali abbastanza resistenti e generalmente riescono a rimarginare con facilità lesioni anche gravi agli arti o al carapace sopravvivendo anche con gravi mutilazioni. In cattività, l’animale ferito o comunque evidentemente sofferente va fatto visitare e curare da uno specialista.
La maggior parte dei decessi degli animali detenuti in cattività sono dovuti a malattie attribuibili a cattive condizioni di stabulazione e a malattie causate da una cattiva alimentazione: gli sbalzi termici sono alla base di molte malattie respiratorie, mentre le temperature che superano i massimi (36-43°) e i minimi (2-4°) tollerati dalla specie ne causano la morte immediata. La somministrazione di cibi eccessivamente nutritivi ad elevato apporto proteico provocano sforzi renali e malformazioni al carapace che possono causare la morte dell’animale.
Gli esemplari particolarmente anziani tendono a perdere le placche cornee del carapace rivelando la struttura ossea, ma la cosa non sembra porre all’animale particolari problematiche. Questo fenomeno è particolarmente frequente in femmine anziane ed è dovuto spesso alle continue aggressioni perpetrate dai maschi nei loro confronti.
Da non sottovalutare è il rischio malattie procurato da nuovi esemplari acquistati o addirittura catturati e inseriti tra animali allevati. Animali di dubbia provenienza sono molto pericolosi sia per i loro simili che per l’uomo; infatti, particolarmente gli animali selvatici possono essere portatori sani di gravi patologie che risultano letali ai soggetti allevati che sicuramente presentano un sistema immunitario più fragile. Inoltre, i rettili, come tutti gli altri animali possono veicolare virus pericolosi per l’uomo. Pertanto, nel caso di immissione di nuovi soggetti in un allevamento è necessario prioritariamente accertarsi della provenienza e sottoporre i nuovi soggetti alla cosiddetta quarantena: vanno tenuti separati dagli altri per un periodo di isolamento ed osservazione di almeno 3 mesi. Questo trattamento tuttavia è inutile nel caso di esemplari, della stessa o peggio di altre specie, ritenuti portatori sani che immessi in allevamento anche dopo svariati mesi potrebbero contagiare gli altri provocando gravi epidemie e morie nei soggetti allevati.

LONGEVITA’

In natura la vita media si aggira intorno ai 30-40 anni, mentre in cattività si allunga fino a 60-80 anni, anche se in buone condizioni potrebbe tranquillamente superare il secolo di vita.

CONFRONTO E RAPPORTI CON ALTRE SPECIE

Carattere distintivo della specie è l’astuccio corneo all’estremità della coda e la presenza di due placche sopracaudali; caratteri che la distinguono da tutte le specie di tartarughe esotiche terrestri più comunemente allevate: T. graeca,  T. marginata e T. horsfieldi, per le quali troviamo la descrizione delle caratteristiche nella sezione ad esse dedicata.
Da evitare indubbiamente la convivenza tra la due sottospecie in quanto l’accoppiamento produce ibridi fertili portando a contaminazioni reciproche specie molto nocive in materia di salvaguardia ecologica.
Per la stessa ragione sarebbe da evitare la convivenza con Testudo horsfieldi che in cattività ha rivelato una certa facilità all’ibridazione; tuttavia, non dovrebbe trattarsi di esemplari fertili.

SESSO E RIPRODUZIONE

Si possono osservare accoppiamenti durante tutta la stagione di attività, ma i corteggiamenti si fanno più intensi in primavera e verso la fine dell’estate fino all’autunno; in questi periodi i maschi che sono molto territoriali si battono spesso tra loro. Come la maggior parte delle tartarughe anche le femmine di questa specie sembrerebbero avere la possibilità di trattenere lo sperma in modo da poterlo utilizzare a distanza di anni per continuare a produrre uova fertili.

DIMORFISMO SESSUALE

Il piastrone dei maschi si presenta concavo e le placche sopracaudali sembrano un po’ bombate a causa di una evidente incurvatura verso l’interno. Inoltre, la coda, molto più lunga e larga alla base, rivela un’apertura cloacale leggermente allungata e posizionata verso la punta della coda stessa.
Le femmine, più grandi dei maschi, presentano un carapace più alto e una forma più ellittica di quella che osserviamo nei maschi. Il piastrone è piatto e le placche sopracaudali dritte e rivolte verso il basso nascondono una coda molto corta. Le unghie delle zampe posteriori nelle femmine sono molto lunghe, probabilmente a causa del fatto che vengono utilizzate nello scavo del nido.
In presenza di esemplari allevati a condizioni seminaturali, con alimentazione adeguata e letargo invernale, già dal primo anno, la differenziazione sessuale appare evidente a partire dal terzo anno e comunque ad una lunghezza del carapace di almeno 7-8 cm. La maturità sessuale viene raggiunta successivamente: i maschi con una lunghezza di 8-9 cm verso i 3-4 anni risultano già sessualmente maturi, mentre le femmine devono raggiungere la lunghezza di almeno 11-12 cm e quindi arriviamo ad un’età di 10-12 anni.

ACCOPPIAMENTO

Il corteggiamento è uguale nelle due sottospecie, ma più cruento nella forma orientale anche a causa delle maggiori dimensioni dei maschi: il maschio insegue la femmina, la annusa, oscilla il suo muso di fronte a quello dei lei in senso verticale e la morde sia alle zampe che sul muso causandole spesso anche diverse ferite sanguinolente. Inoltre, il maschio colpisce violentemente con la propria corazza quella della femmina spingendola a ritirare il capo nel carapace in modo da rendere accessibile la cloaca; infatti, successivamente, il maschio si sposta posteriormente e, spingendo la propria coda sotto a quella della compagna, porta a contatto le due aperture cloacali in modo da estroflettere il pene e dar luogo all’amplesso. L’accoppiamento vero e proprio dura circa 10 minuti; in questa fase il maschio, molto eccitato, apre la bocca ed emette delle vocalizzazioni udibili alla distanza di oltre 30 m. Durante la primavera, è stato osservato un comportamento che potrebbe risultare anomalo: le femmine, in caso di assenza di maschi, ad un ritmo che aumenta con l’approssimarsi della deposizione hanno approcci sessuali tra loro comportandosi in modo assolutamente identico a quello dei maschi. Tale comportamento osservato in cattività, potrebbe avere anche un senso nella dinamica riproduttiva. Azzardando un’ipotesi, le femmine assumendo questo atteggiamento producono le medesime emissioni sonore dei maschi nell’atto riproduttivo e questo, potrebbe intendersi come richiamo per i maschi in zona o per lo meno quale ausilio all’olfatto che sicuramente risulta essere uno dei sensi più sviluppati in questi rettili.

DEPOSIZIONE

A circa 6 settimane di distanza dall’accoppiamento, le femmine ricercano il luogo più adatto alla deposizione, in natura esse effettuano spostamenti anche considerevoli, mentre in cattività ci si può rendere conto dell’avvicinarsi della deposizione dal fatto che le femmine percorrono insistentemente il perimetro della recinzione tentando anche di arrampicarsi e di fuggire. Il nido, una buca a forma di fagiolo, viene scavato dalla femmina con le zampe posteriori e generalmente contiene da 1 a 6 uova bianche a guscio calcareo rigido la cui forma e dimensione può variare notevolmente in relazione all’età e alla taglia dell’animale. Nella stessa stagione si possono verificare anche due o tre covate.

INCUBAZIONE e NASCITA

Nel caso in cui la recinzione rispetta i requisiti naturali precedentemente indicati si può decidere di affidare l’incubazione al calore solare. In questo caso la durata e il sesso dei nascituri varieranno in ragione dell’andamento climatico stagionale. Le schiuse solitamente si hanno tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, quando i temporali di fine estate ammorbidiscono il terreno e idratano i gusci delle uova agevolando la sortita dei piccoli. Nel caso di deposizioni tardive in estati eccessivamente fresche gli embrioni non riescono a terminare lo sviluppo e possono restare nell’uovo fino alla primavera; allo stesso modo, se le piogge di fine stagione sono scarse i piccoli che trovano il terreno troppo secco, non riescono a venire alla luce, così possono nascere sottoterra e restare nel nido fino alla primavera successiva.
Se invece si volesse tentare l’incubazione artificiale si deve necessariamente tenere conto di alcuni elementi fondamentali.
Particolare cura va posta nello scavo del nido e nel dissotterramento delle uova: questa operazione deve avvenire a breve tempo dalla deposizione e si deve fare molta attenzione a non capovolgere le uova (segnare il punto superiore con una matita potrebbe aiutare); infatti, le uova di tartaruga, diversamente da quelle dei volatili, hanno un albume gelatinoso che non consente mobilità all’embrione che in caso di rovesciamento dell’uovo non potrebbe ritrovare la propria posizione naturale di sviluppo e morirebbe.
Diversi sono i tipi di incubatrici industriali reperibili sul mercato o sul web, ma si potrebbe anche tentare di approntarne una artigianale e anche in questo caso i consigli del web risultano molto utili . Qualsiasi incubatrice si intenda utilizzare si deve essere accorti nel rispettare alcune esigenze necessarie al corretto sviluppo embrionale e alla successiva nascita. Durante la fase iniziale di incubazione, che coincide con il primo sviluppo dell’embrione, le uova necessitano di un ambiente non troppo umido (70/80%), mentre, quando saranno trascorsi i giorni necessari allo sviluppo (60/120 giorni), la percentuale di umidità richiesta al momento della schiusa è maggiore (80/90%) poiché essa ammorbidisce il guscio calcareo dell’uovo e consente alla tartarughina di forarlo con il cosiddetto “dente dell’uovo”. Foto Dente UovoLa temperatura di incubazione oltre ad influire sulla durata della stessa determina il sesso dei nascituri: a 28/29° (temperature critiche o di soglia) si dovrebbero avere nascite miste in circa 80-90 giorni. Le temperature di incubazione dovrebbero in ogni caso essere comprese tra i 23° e i 34°: temperature più elevate rispetto a quelle critiche, o di soglia, determinano la nascita di sole femmine, mentre a temperature più basse si avranno solo maschi. Raramente può verificarsi lo sviluppo di due embrioni dando luogo alle cosiddette “nascite gemellari” mentre non sono frequenti casi di albinismo.
Nelle tartarughe allevate alimentate per alcuni anni con verdura fresca proveniente da coltivazione agricola non lavata si è notata una notevole diminuzione di produzione di uova e di sviluppo di embrioni all’interno delle stesse; questo evento potrebbe essere prodotto da una riduzione di fertilità dovuta alla presenza di sostanze chimiche utilizzate in agricoltura.
La nascita richiede generalmente alcune ore e appena nati nascita i piccoli presentano un carapace molle e delle deformità causate della posizione assunta all’interno dell’uovo, ma già a qualche ora di distanza il guscio acquisisce turgidità e le pieghe scompaiono. A volte invece i piccoli forano l’uovo e ne escono senza che il sacco vitellino si sia completamente riassorbito: in questo caso si dovrebbero porre tali piccoli in un contenitore con substrato in grado di mantenersi costantemente umido e in pochi giorni il sacco vitellino sarà riassorbito e “l’ombelico” sotto il piastrone cicatrizzato. I neonati sono molto simili ai genitori, anche se la colorazione risulta più vivace. Alla nascita i piccoli hanno bisogno di bere acqua, e anche se sono completamente indipendenti e possono essere allevati all’aperto, è necessario adottare alcune precauzioni: una rete a maglie fitte sarà sufficiente a difenderli da eventuali predatori, mentre un rifugio ombreggiato e asciutto li proteggerà da sole e maltempo. Inoltre, al fine di scongiurare il rischio disidratazione al quale i piccoli sono esposti a causa delle ridotte dimensioni, di tanto in tanto essi vanno posti in una bassa ciotola contenente acqua per consentire loro di bere; nel bere le tartarughe restano con le narici sott’acqua anche per diversi minuti.

DESCRIZIONE

RAPPORTO CON L'UOMO

ALLEVAMENTO IN CATTIVITA'

SESSO E RIPRODUZIONE

 

Doppio scuto sopracaudale e astuccio corneo all'apice della coda

 

 

 

 

Taglia T.h.h. T.h.b.

 

 

 

 

Esemplare di Thb privo di macchie

 

 

 

 

Habitat mediterraneo

 

 

 

 

Tana

 

 

 

 

Nido predato

 

 

 

 

Risveglio

 

 

 

 

Placca sopracaudale forata

 

 

 

 

Lesioni alla corazza

 

 

 

 

Malformazione ossea

 

 

 


Carapace usurato

 

 

 

 

Dimorfismo sessuale

 

 

 

 

Accoppiamento

 

 

 

 

Approcci tra femmine

 

 

 

 

Nido

 

 

 

 

Uova

 

 

 

 

Nascita

 

 

 

 

Uova in incubazione

 

 

 

 

Ombelico

 

 

 

 

Neonato su femmina adulta

NOTE EDITORIALI - TARTOOMBRIA: IL SITO DI RIFERIMENTO PER I "TARTAMANTI" UMBRI - FOLIGNO (PG) - INFO@TARTOOMBRIA.ORG