SCHEDA TESTUDO HERMANNI
DESCRIZIONE
TASSONOMIA E SOTTOSPECIE
Dopo gli incerti tentativi di classificazione che si sono succeduti
negli anni, nel 1992 Roger Bour ha determinato e descritto due
sottospecie di Testudo hermanni: la forma occidentale, Testudo hermanni hermanni
(Thh): diffusa in Spagna, Francia e Corsica, Italia peninsulare
e isole; e la forma orientale, Testudo hermanni boettgeri (Thb) che è presente
in tutte le regioni orientali del suo areale di distribuzione
a partire dalle zone a nord-est dell’Italia fino alla Romania.
Negli ultimi anni, diversi studi in atto su entrambe le sottospecie,
stanno tentando di distinguere alcuni genotipi che presenterebbero
caratteristiche peculiari rispetto alla sottospecie nominale: si
tratta ad esempio del caso della tartaruga corsa o quella di genotipi
regionali delle popolazioni italiane.
DESCRIZIONE CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE
Il carattere distintivo della specie è l’astuccio
corneo all’apice della coda: questa cioè termina con
una sorta di unghia in entrambi i sessi. Inoltre, la
specie presenta generalmente due scuti sopracaudali.
Le unghie delle zampe sono in numero variabile nelle zampe anteriori
da 4 a 5 e non necessariamente uguali nelle due zampe; posteriormente
sono invece 4.
La Thh raggiunge la taglia massima di 15 cm nei maschi e di 19
cm nelle femmine. La forma del carapace è piuttosto ovale
senza allargarsi sulle zampe posteriori e sempre con una cupola
ben sviluppata. La livrea presenta una colorazione molto costante,
con macchie nere uniformi che contrastano decise su un fondo giallo
vivo aranciato. Sui due lati del piastrone sono presenti delle
estese bande nere, sempre uniformi e continue. La sutura pettorale è sempre di misura ridotta rispetto alla femorale. Inoltre, nella forma occidentale è sempre
presente una larga macchia gialla sotto gli occhi, caratteristica
che però troviamo spesso anche in esemplari di Thb soprattutto
nei primi anni di vita. La cute è di colorazione
giallo.
Nella Thb raggiungiamo taglie decisamente
maggiori rispetto alla forma occidentale: i maschi arrivano a misurare
19 cm e le femmine di norma lunghe fino a 25 cm, secondo alcuni
autori sembrerebbe che possano raggiungere anche i 30 cm.
Il carapace si presenta talvolta leggermente depresso e tende ad
allargarsi sulle zampe posteriori; lo scudo sopracaudale a volte
unico. La colorazione è molto più variabile che nella
forma occidentale: la livrea si presenta più sabbiata e
le macchie nere si separano e spesso sfumano o scompaiono completamente
sul fondo giallo verdastro. Alcuni esemplari sono quasi completamente
gialli verdastri, privi di macchie, mentre altri presentano
colori decisi molto vicini a quelli di Thh. La sutura pettorale è uguale
o più larga della femorale. La cute è di un giallo
molto sabbiato tendente talvolta al grigio. I giovani
presentano una colorazione molto simile agli adulti, i neonati
della forma occidentale sono generalmente più scuri e presentano
già evidenti bande nere continue tipiche della sottospecie.
Un esame genetico sulle testuggini di hermann rivela come le forme
di Thb più vicine alla Thh manifestano questa somiglianza
solo a livello morfologico perché il DNA mostra con evidenza
l’appartenenza degli esemplari all’una o all’altra
sottospecie; pertanto uno studio del genere potrebbe essere utile
a stabilire l’origine genetica della nostra popolazione di tartarughe
umbre e la loro eventuale tipicità.
Il vasto commercio che è stato fatto di questa specie negli
anni passati, con successive importazioni ed introduzioni è alla
base delle difficoltà che spesso ci si ritrova ad affrontare
nel tentativo di ricercare uniformi caratteristiche morfologiche;
infatti, in diverse aree del nostro paese ci troviamo in presenza di popolazioni
costituite da esemplari che presentano caratteristiche intermedie
tra le due sottospecie pur non trattandosi necessariamente di esemplari ibridi.
HABITAT NATURALE
La specie è diffusa in ambienti aridi, pietrosi e ben drenati,
ma ricchi di cespugli. La macchia mediterranea, le dune litoranee,
la gariga, le leccete aperte o anche zone coltivate ad ulivo,
sono gli ambienti prediletti. Generalmente si trova nelle
regioni costiere, ma trovando habitat idoneo si spinge in ambienti
collinari o anche montani raggiungendo le quote più elevate
in Sicilia dove la si ritrova fino ai 1000 m. sul livello del mare.
L’area di distribuzione della forma orientale comprende regioni
più rigide, con temperature invernali che raggiungono i
-5°, infatti anche in cattività si è dimostrata
maggiormente adatta e resistente ai climi del Nord Italia.
COMPORTAMENTO E ABITUDINI DI VITA
Il ritmo delle attività vitali dipende dalla temperatura
ambientale. Verso la fine dell’inverno, nel mese di marzo,
con l’arrivo delle belle giornate, le tartarughe iniziano
ad affacciarsi dai rifugi dove hanno trascorso i mesi di letargo
invernale. Quando, in tarda mattinata, il calore del sole attiva
la circolazione favorendo la vitalità, le tartarughe si
dedicano alla ricerca del cibo, mentre nella parte più calda
della giornata le attività si riducono e gli animali sostano
all’ombra dei cespugli per poi riattivarsi nel tardo pomeriggio.
All’uscita dal letargo invernale hanno luogo gli accoppiamenti.
Dopo l’accoppiamento, le femmine stazionano a lungo al sole
e dopo circa sei settimane (maggio/luglio) si avventurano alla
ricerca del luogo più adatto alla deposizione: un pendio
sabbioso o ghiaioso, ben drenato e soleggiato con esposizione S
SO possibilmente protetto nel lato a nord da una pietra, una radice
d’albero, un ricco ciuffo d’erba o altro.
L’incubazione delle uova, affidata al calore solare, dura
da 70 a 120 giorni. Alla nascita i piccoli sono completamente autonomi
e provvedono immediatamente a sfruttare le buone giornate per nutrirsi
prima di cercare un riparo dove passare l’inverno.
La Th si ripara dagli eccessi climatici sprofondando nel terreno
o nascondendosi in rifugi naturali o vere e proprie tane da
essa stessa scavate. Quando in estate le temperature si
fanno eccessive, oppure in inverno scendono le tartarughe rallentano
le attività e si preparano al letargo. Estivazione e ibernazione hanno una durata variabile a seconda dell’andamento climatico:
mentre la prima viene interrotta in occasione dei forti temporali
estivi, la seconda dura dai due e ai cinque mesi tra novembre e
marzo.
TRACCE
La presenza delle tartarughe terrestri è spesso tradita dal rumore prodotto
dal cozzare violento delle corazze dei maschi contro le femmine
durante il corteggiamento oppure dal sibilo prodotto dagli stessi
durante l'accoppiamento. Tuttavia, nonostante spesso risulta molto difficile
poter osservare questi animali anche in luoghi molto popolati, gli indizzi da
seguire possono essere diversi: nel caso di ambienti caratterizzati dalla presenza
di vegetazione secca è facile udire il fruscio dei passi delle
tartarughe, oppure, nel caso di un substrato sabbioso non è difficile
notare le impronte prodotte dal loro passaggio. Inoltre, nei
luoghi utilizzati per la deposizione è facile imbattersi nei resti
delle uova diffuse in prossimità dei nidi
predati.
RAPPORTO
CON L’UOMO
STORIA DEL RAPPORTO CON L’UOMO
In Europa, durante il Medioevo le tartarughe
venivano mangiate come alimento concesso in tempi di digiuno e inoltre a volte il brodo di tartaruga veniva prescritto dai
medici perché si
credeva fosse curativo in casi di languore e inappetenza. Ma la
vera minaccia a tutte le popolazioni selvatiche di tartarughe arriva
dall’uomo negli anni 60-80 quando, alla distruzione degli
habitat naturali dovuta ad incendi e antropizzazione, si aggiunge
il prelievo indiscriminato a fini commerciali e ornamentali.
Per rendere in maniera adeguata l’entità del traffico
commerciale cui furono soggette tutte le testuggini in
quegli anni si cita quanto Bruno S. nel 1979 scriveva a tal proposito
nel suo libro “Rettili d’Italia”:
" … in Inghilterra ne venivano importati
quasi 100000 es. all’anno dai soli Balcani e nel 1960 ne furono introdotti
250000 es.; nel 1971 oltre 400 mila es. furono esportati dalla Grecia in più Paesi
dell’Europa occid.; sempre nel 1971 furono esportati dalla Jugoslavia
124236 es. di Testudo hermanni e di Testudo greca in Germania occid., 90060
in Belgio, 60945 in Olanda, 50691 in Italia, 36201 in Francia, 22737 in Inghilterra,
9942 in Svizzera, 5373 in Austria e 870 in Danimarca; in Albania vennero uccisi
in tre giorni fino a 10000 es. e molti di più erano ogni anno esportati
in Germania; nel 1958 oltre 1800 es. furono esportati dall’Italia in
Svizzera. Oggi la specie è ovunque abbastanza rara e comunque localizzata,
tanto da essere soppiantata nel commercio dalla T. graeca. Attualmente è protetta,
eccetto in Francia, Italia e Grecia; in alcune regioni dei Balcani è tuttavia
possibile catturarne ogni anno un determinato numero di es. le cui dimensioni
però non devono superare un certo limite.
(…) Contrariamente a quanto comunque si pensa è una
sp. Difficile da allevare e di conseguenza la maggior parte degli
es. catturati muoiono."
RISCHI NATURALI
I predatori naturali delle nostre tartarughe sono molti, anche
se in realtà il rischio di essere predate diminuisce progressivamente
in rapporto all’età e alla grandezza dell’animale.
I principali rischi oggi per gli esemplari adulti sono dati dall’urbanizzazione,
la raccolta indiscriminata da parte dell’uomo e la modernizzazione
delle pratiche agricole che uccidono gli adulti e rendono nullo
qualsiasi sforzo riproduttivo. Inoltre, sembra che saltuariamente,
soprattutto in Sardegna e nell’areale orientale dove la
presenza è più costante e diffusa sul territorio,
le tartarughe vengono predate da rapaci e corvidi che le afferrano e le
portano in alto per poi lasciarle cadere e mangiarle. Nelle nostre
regioni le uova nei nidi e i piccoli fino a 6-7 anni sono quelli
più esposti al rischio di essere predati da corvidi, ratti,
mustelidi, felini, cani, volpi, porcospini, istrici, cinghiali,
serpenti, rapaci e gabbiani.
PROTEZIONE - STATUS GIURIDICO
Oggi la forma orientale è ancora
ampiamente diffusa nei Balcani, mentre per la
forma occidentale la distribuzione è molto
ridotta e frammentaria. Al fine di limitare il commercio
indiscriminato che ha portato all’estinzione di numerose popolazioni riducendone
altre al limite della sopravvivenza tutte le specie di testudo
sono oggi inserite nell’appendice II della convenzione di
Washington (C.I.T.E.S.) a cui fa seguito
un’ampia legislazione che
ne vieta , la cattura, il commercio e la detenzione.
ALLEVAMENTO
IN CATTIVITA’
La cattura, il commercio e la detenzione
delle Th è vietato
da diverse normative nazionali e internazionali. Il regolamento
C.I.T.E.S. consente la detenzione della specie limitatamente ad
esemplari in possesso dei previsti documenti che ne attestino la
regolare detenzione o la nascita in cattività da esemplari
già regolarmente detenuti. L’allevamento in zone limitrofe
a quelle di naturale distribuzione non è difficile se effettuato
nel rispetto delle esigenze biologiche della specie.
SISTEMAZIONE
Partendo dal presupposto che le condizioni necessarie per allevare
questi animali sono le più vicine possibile a quelle naturali, è da
escludere l’allevamento in appartamento o in balcone aberrando
la stravagante soluzione che veniva adottata in passato di legare
le tartarughe ad una catenella forando la placca sopracaudale.
Allevare le tartarughe libere in giardino è sconsigliabile
perché gli animali sono scarsamente controllabili e tra
gli altri rischi, possono tentare fatali fughe nel traffico urbano.
Inoltre, la disponibilità di piante ornamentali velenose potrebbe essere quanto meno nociva e la convivenza con altri animali
da cortile è assolutamente da evitare: infatti, i cani possono
provocare gravi lesioni agli arti e alla corazza e le galline tendono
a pizzicare loro gli occhi. Gli unici animali dai quali le tartarughe
potrebbero trarre giovamento sono i gatti i quali seppur in possesso
di pericolosi artigli, se ben domestici e abituati alla convivenza,
non disturbano le tartarughe, ma anzi contribuiscono a tenere lontani
i topi, micidiali attentatori alla vita delle tartarughe soprattutto
durante il letargo. Tuttavia, non va dimenticato che ogni animale
costituisce un reale pericolo per le piccole tartarughe neonate
che pertanto vanno tutelate con delle reti di protezione che non
le rendano accessibili a mammiferi, volatili o rettili.
Lo spazio ideale da dedicare alle nostre tartarughe sarebbe una
recinzione adeguata per ampiezza e caratteristiche alle esigenze
della specie e al numero degli esemplari.
Valutando di voler allevare un maschio e due femmine adulte dobbiamo
pensare ad un’area di almeno 4 mq. La recinzione potrebbe
essere realizzata con rete elettrosaldata alta circa 1 m di cui
una parte interrata di almeno 30 cm e avente un’altezza di
circa 60 cm con la parte superiore capovolta verso l’interno per 10 cm.
L’area da scegliere deve essere ben esposta ai raggi solari pur prevedendo buone zone d’ombra, mentre il suolo dovrebbe
essere ghiaioso e sabbioso o comunque ben drenato. Al fine di poter
beneficiare di una continua esposizione ai raggi solari, il terreno
prescelto dovrebbe avere una leggera pendenza verso S SO: questa
leggera inclinazione del terreno potrebbe evitare accumuli e ristagni
d’acqua e fango che soprattutto durante il letargo invernale
potrebbero causare l’insorgere di gravi malattie respiratorie
e la morte. Il lato da porre “a monte” è quello
rivolto verso N NE che andrebbe riparato con un muretto o dei pannelli
in legno, vetro o plastica sui quali appoggiare dei rifugi aventi
l’apertura rivolta a S SO; sullo stesso lato si dovrebbe
prevedere l’istallazione di folti cespugli (lavanda, timo,
rosmarino, pini a portamento prostrato, cespugli della pampa…)
estesi per almeno un terzo dell’intera area. I cespugli e
i nascondigli (casette basse, tegole, tronchi vuoti…) hanno
la funzione di proteggere gli animali dal sole intenso, ma anche
e soprattutto dalla pioggia, dall’umidità atmosferica,
dal ghiaccio e in generale dai rigidi climi invernali.
Il resto del terreno compreso nella recinzione dovrebbe essere
sgombero e ben soleggiato in modo da consentire una buona incubazione
delle uova.
ALIMENTAZIONE
Anche se in cattività le tartarughe sembrano accettare qualsiasi
tipo di alimento, in realtà la dieta più naturale
ed adeguata alle loro esigenze è costituita da vegetali e segue l’andamento stagionale: se a primavera è costituita
quasi esclusivamente da erbe come trifoglio, tarassaco o convolvolo,
in autunno le tartarughe prediligono cibi più zuccherini
e nutrienti come fichi e mele che permettono un buon accumulo di
riserve in previsione del letargo invernale.
Gli esemplari maschi sembrano gradire più delle femmine
alimenti proteici per cui a volte, pur non essendo "cacciatori",
integrano la loro dieta con chiocciole, vermi e qualche insetto.
In cattività la dieta ideale è quella che ancora
una volta più si avvicina al ritmo alimentare naturale,
quindi insalata, erba medica, trifoglio e saltuariamente frutta
sono l’ideale. Da escludere è la somministrazione
di cibi salati e conditi, così come assolutamente vietata è la
somministrazione di latticini che potrebbero risultare velenosi, oppure mangimi per cani e gatti che potrebbero
contenerne. Infatti,
alcuni studi hanno dimostrato che le tartarughe non possiedono
gli enzimi necessari a metabolizzare le proteine del latte e quindi
provocherebbero delle fermentazioni intestinali che potrebbero
rivelarsi fatali.
Da non dimenticare è una ciotola bassa con acqua pulita
sempre a disposizione; questa non va posta ai margini della recinzione
al fine di evitare che le tartarughe arrampicandosi cadano rovesciate
nell’acqua rischiando di annegare. Mentre alcuni esemplari,
soprattutto della sottospecie occidentale, sembrano disinteressarsi
completamente alla ciotola e acquisiscono i liquidi necessari quasi
totalmente dagli alimenti, gli esemplari della sottospecie orientale
sono solitamente molto legati all’elemento acqua e non solo
bevono costantemente dalle ciotole, ma approfittano delle piogge
estive per dedicarsi a prolungati bagni e intense bevute. Molto
importante è il ruolo dell’acqua per la reidratazione
alla fine del letargo invernale soprattutto per gli esemplari giovani
che in assenza della giusta idratazione rischiano di morire dopo
poche ore al sole.
L’unica integrazione ad una regolare alimentazione a base
di foglie verdi dovrebbe essere costituita da un supplemento di
calcio ottenibile semplicemente grattando un osso di seppia per
volatili da gabbia sui soliti alimenti; mentre, se si volesse fornire
un apporto proteico si potrebbero somministrare un po’ di
gamberetti essiccati per tartarughe acquatiche, ma con molta parsimonia
(1-2 volte al mese).
LETARGO
Quando le temperature scendono al di sotto dei 16° o superano
i 35° le tartarughe riducono i ritmi di attività e sprofondano
nel terreno oppure si trovano un rifugio dove superare in stato
di letargo queste avversità climatiche. Il riparo estivo
sarà in grado di impedire la disidratazione, mentre quello
invernale dovrà impedire il contatto con lo strato del ghiaccio
superficiale. Durante questi periodi gli animali risultano molto
vulnerabili, in particolare durante l’inverno; infatti, è sconsigliato
far ibernare tartarughe malate o debilitate poiché rischierebbero
di non farcela. Per i piccoli il letargo è una cosa naturale,
come normale è superarlo: l’importante è creare
loro un rifugio adeguato e prestare attenzione alla giusta idratazione
al momento del risveglio.
Le tartarughe allevate all’aperto, all’arrivo dell’inverno
troveranno da sole il luogo più adatto:
nostra cura sarà semplicemente quella di fornire un rifugio
pieno di cortecce, paglia o foglie secche, asciutto e ben riparato
dalle correnti fredde.
Fondamentale durante questo periodo è che la temperatura stazioni tra i 10° e i 4° all’interno del rifugio;
altrimenti, temperature superiori non consentirebbero il necessario
rallentamento delle attività vitali causando un eccessivo
dispendio di energie, mentre temperature più basse potrebbero
causare il congelamento degli animali e quindi la morte. Nel caso
in cui il clima non consentisse un’ibernazione naturale a
causa di temperature troppo basse o umidità eccessivamente
elevata, le tartarughe potrebbero essere sistemate in cassette piene
di paglia o foglie da porre in un ambiente che conservi umidità e
temperature stabili comprese nella media richiesta (cantina, garage…);
molto importante è accertarsi che dove le tartarughe trascorreranno
l’inverno non ci siano topi e comunque è sempre utile
predisporre una rete che ne impedisca l’accesso. Infatti,
i topi sono molto pericolosi durante il letargo perché divorano
l’animale inerme.
Un momento importantissimo per l’animale ibernato è il
risveglio. Quando si vede che la tartaruga inizia a
muoversi, ad uscire e riprende le attività è bene
fornire acqua in abbondanza, magari agevolando la bevuta con qualche
bagno. A tale scopo si potrebbe usare un ampio sottovaso con almeno
1,5 cm di acqua, dove deporre la tartaruga che immergerà le
narici nell’acqua e berrà abbondantemente per alcuni
minuti. Le tartarughe allevate all’aperto integreranno queste
bevute con ripetute docce durante i temporali primaverili ripristinando
il giusto livello di idratazione e la perdita di liquidi corporei
avvenuta durante il letargo invernale. Questo trattamento è fondamentale
se si vuole garantire la sopravvivenza dei piccoli al risveglio;
infatti, avendo una minore massa corporea i piccoli tendono a soffrire
di più della disidratazione invernale e per gli esemplari
che non siano posti nelle condizioni di ripristinare la giusta
idratazione, l’esposizione ai primi raggi solari potrebbe
risultare letale.
MALATTIE
Le tartarughe adulte in natura sono animali abbastanza resistenti
e generalmente riescono a rimarginare con facilità lesioni anche
gravi agli arti o al carapace sopravvivendo anche con gravi mutilazioni.
In cattività, l’animale ferito
o comunque evidentemente sofferente va fatto visitare e curare
da uno specialista.
La maggior parte dei decessi degli animali detenuti in cattività sono
dovuti a malattie attribuibili a cattive condizioni di stabulazione e a malattie causate da una cattiva alimentazione:
gli sbalzi termici sono alla base di molte malattie respiratorie, mentre
le temperature che superano i massimi (36-43°) e i minimi (2-4°)
tollerati dalla specie ne causano la morte immediata. La somministrazione
di cibi eccessivamente nutritivi ad elevato apporto proteico provocano
sforzi renali e malformazioni al
carapace che possono causare la morte dell’animale.
Gli esemplari particolarmente anziani tendono a perdere le placche
cornee del carapace rivelando la struttura ossea,
ma la cosa non sembra porre all’animale particolari problematiche.
Questo fenomeno è particolarmente frequente in femmine anziane
ed è dovuto spesso alle continue aggressioni perpetrate
dai maschi nei loro confronti.
Da non sottovalutare è il rischio malattie procurato da
nuovi esemplari acquistati o addirittura catturati e inseriti tra
animali allevati. Animali di dubbia provenienza sono molto
pericolosi sia per i loro simili che per l’uomo; infatti, particolarmente
gli animali selvatici possono essere portatori sani di gravi patologie
che risultano letali ai soggetti allevati che sicuramente
presentano un sistema immunitario più fragile. Inoltre,
i rettili, come tutti gli altri animali possono veicolare
virus pericolosi per l’uomo. Pertanto, nel caso
di immissione di nuovi soggetti in un allevamento è necessario
prioritariamente accertarsi della provenienza e sottoporre i nuovi
soggetti alla cosiddetta quarantena: vanno tenuti
separati dagli altri per un periodo di isolamento ed osservazione
di almeno 3 mesi. Questo trattamento tuttavia è inutile
nel caso di esemplari, della stessa o peggio di altre specie, ritenuti
portatori sani che immessi in allevamento anche dopo svariati mesi
potrebbero contagiare gli altri provocando gravi epidemie e morie
nei soggetti allevati.
LONGEVITA’
In natura la vita media si aggira intorno ai 30-40 anni, mentre
in cattività si allunga fino a 60-80 anni, anche se in buone
condizioni potrebbe tranquillamente superare il secolo di vita.
CONFRONTO E RAPPORTI CON ALTRE
SPECIE
Carattere distintivo della specie è l’astuccio corneo all’estremità della
coda e la presenza di due placche sopracaudali; caratteri che la distinguono
da tutte le specie di tartarughe esotiche
terrestri più comunemente allevate: T. graeca, T. marginata
e T. horsfieldi, per le quali troviamo la descrizione delle caratteristiche nella
sezione ad esse dedicata.
Da evitare indubbiamente la convivenza tra la due sottospecie in quanto l’accoppiamento
produce ibridi fertili portando a contaminazioni reciproche
specie molto nocive in materia di salvaguardia ecologica.
Per la stessa ragione sarebbe da evitare la convivenza con Testudo horsfieldi
che in cattività ha rivelato una certa facilità all’ibridazione;
tuttavia, non dovrebbe trattarsi di esemplari fertili.
SESSO E RIPRODUZIONE
Si possono osservare accoppiamenti durante
tutta la stagione di attività, ma i corteggiamenti si fanno più intensi
in primavera e verso la fine dell’estate fino all’autunno;
in questi periodi i maschi che sono molto territoriali si battono
spesso tra loro. Come la maggior parte delle tartarughe anche le femmine di questa specie sembrerebbero avere la possibilità di trattenere lo
sperma in modo da poterlo utilizzare a distanza di anni per continuare
a produrre uova fertili.
DIMORFISMO SESSUALE
Il piastrone dei maschi si presenta concavo e le placche sopracaudali
sembrano un po’ bombate a causa di una evidente incurvatura
verso l’interno. Inoltre, la coda, molto più lunga
e larga alla base, rivela un’apertura cloacale leggermente
allungata e posizionata verso la punta della coda stessa.
Le femmine, più grandi dei maschi, presentano un carapace più alto e una forma più ellittica di quella che
osserviamo nei maschi. Il piastrone è piatto e le placche
sopracaudali dritte e rivolte verso il basso nascondono una coda
molto corta. Le unghie delle zampe posteriori nelle femmine sono
molto lunghe, probabilmente a causa del fatto che vengono utilizzate
nello scavo del nido.
In presenza di esemplari allevati a condizioni seminaturali, con
alimentazione adeguata e letargo invernale, già dal primo
anno, la differenziazione sessuale appare evidente a partire dal
terzo anno e comunque ad una lunghezza del carapace di almeno 7-8
cm. La maturità sessuale viene raggiunta successivamente:
i maschi con una lunghezza di 8-9 cm verso i 3-4 anni risultano
già sessualmente maturi, mentre le femmine devono raggiungere
la lunghezza di almeno 11-12 cm e quindi arriviamo ad un’età di
10-12 anni.
ACCOPPIAMENTO
Il corteggiamento è uguale nelle due sottospecie, ma più cruento
nella forma orientale anche a causa delle maggiori dimensioni dei maschi: il maschio insegue la femmina, la annusa,
oscilla il suo muso di fronte a quello dei lei in senso verticale
e la morde sia alle zampe che sul muso causandole spesso anche
diverse ferite sanguinolente. Inoltre, il maschio colpisce violentemente
con la propria corazza quella della femmina spingendola a ritirare
il capo nel carapace in modo da rendere accessibile la cloaca;
infatti, successivamente, il maschio si sposta posteriormente e,
spingendo la propria coda sotto a quella della compagna, porta
a contatto le due aperture cloacali in modo da estroflettere il
pene e dar luogo all’amplesso. L’accoppiamento vero
e proprio dura circa 10 minuti; in questa fase il maschio, molto
eccitato, apre la bocca ed emette delle vocalizzazioni udibili
alla distanza di oltre 30 m. Durante la primavera, è stato
osservato un comportamento che potrebbe risultare anomalo: le femmine,
in caso di assenza di maschi, ad un ritmo che aumenta con l’approssimarsi
della deposizione hanno approcci sessuali tra loro comportandosi
in modo assolutamente identico a quello dei maschi.
Tale comportamento osservato in cattività, potrebbe avere
anche un senso nella dinamica riproduttiva. Azzardando un’ipotesi,
le femmine assumendo questo atteggiamento producono le medesime
emissioni sonore dei maschi nell’atto riproduttivo e questo,
potrebbe intendersi come richiamo per i maschi in zona o per lo
meno quale ausilio all’olfatto che sicuramente risulta essere
uno dei sensi più sviluppati in questi rettili.
DEPOSIZIONE
A circa 6 settimane di distanza dall’accoppiamento, le femmine
ricercano il luogo più adatto alla deposizione, in natura
esse effettuano spostamenti anche considerevoli, mentre in cattività ci
si può rendere conto dell’avvicinarsi della deposizione
dal fatto che le femmine percorrono insistentemente il perimetro
della recinzione tentando anche di arrampicarsi e di fuggire. Il
nido,
una buca a forma di fagiolo, viene scavato dalla femmina con le
zampe posteriori e generalmente contiene da 1 a 6 uova bianche a guscio calcareo rigido la cui forma e dimensione può variare notevolmente in relazione
all’età e alla taglia dell’animale.
Nella stessa stagione si possono verificare anche due o tre covate.
INCUBAZIONE e NASCITA
Nel caso in cui la recinzione rispetta i requisiti naturali precedentemente
indicati si può decidere di affidare l’incubazione
al calore solare. In questo caso la durata e il sesso dei nascituri
varieranno in ragione dell’andamento climatico stagionale.
Le schiuse solitamente si hanno tra la fine di agosto e gli inizi
di settembre, quando i temporali di fine estate ammorbidiscono
il terreno e idratano i gusci delle uova agevolando la sortita
dei piccoli. Nel caso di deposizioni tardive in estati eccessivamente
fresche gli embrioni non riescono a terminare lo sviluppo e possono
restare nell’uovo fino alla primavera; allo stesso modo,
se le piogge di fine stagione sono scarse i piccoli che trovano
il terreno troppo secco, non riescono a venire alla luce, così possono
nascere sottoterra e restare nel nido fino alla primavera successiva.
Se invece si volesse tentare l’incubazione artificiale si deve necessariamente tenere conto di alcuni elementi fondamentali.
Particolare cura va posta nello scavo del nido e nel dissotterramento
delle uova: questa operazione deve avvenire a breve tempo dalla
deposizione e si deve fare molta attenzione a non capovolgere le
uova (segnare il punto superiore con una matita potrebbe aiutare);
infatti, le uova di tartaruga, diversamente da quelle dei volatili,
hanno un albume gelatinoso che non consente mobilità all’embrione
che in caso di rovesciamento dell’uovo non potrebbe ritrovare
la propria posizione naturale di sviluppo e morirebbe.
Diversi sono i tipi di incubatrici industriali reperibili sul mercato
o sul web, ma si potrebbe anche tentare di approntarne una artigianale
e anche in questo caso i consigli del web risultano molto utili
. Qualsiasi incubatrice si intenda utilizzare si deve
essere accorti nel rispettare alcune esigenze necessarie al corretto
sviluppo embrionale e alla successiva nascita. Durante la fase
iniziale di incubazione, che coincide con il primo sviluppo dell’embrione,
le uova necessitano di un ambiente non troppo umido (70/80%), mentre,
quando saranno trascorsi i giorni necessari allo sviluppo (60/120
giorni), la percentuale di umidità richiesta al momento
della schiusa è maggiore (80/90%) poiché essa ammorbidisce
il guscio calcareo dell’uovo e consente alla tartarughina
di forarlo con il cosiddetto “dente dell’uovo”.
La temperatura di incubazione oltre ad influire sulla durata della
stessa determina il sesso dei nascituri: a 28/29° (temperature critiche o di soglia) si
dovrebbero avere nascite miste in circa 80-90 giorni. Le temperature
di incubazione dovrebbero in ogni caso essere comprese tra
i 23° e i 34°: temperature più elevate rispetto
a quelle critiche, o di soglia, determinano la nascita di sole
femmine, mentre a temperature più basse si avranno solo
maschi. Raramente può verificarsi lo sviluppo di due embrioni
dando luogo alle cosiddette “nascite gemellari” mentre
non sono frequenti casi di albinismo.
Nelle tartarughe allevate alimentate per alcuni anni con verdura fresca proveniente da coltivazione
agricola non lavata si è notata una notevole diminuzione
di produzione di uova e di sviluppo di embrioni all’interno
delle stesse; questo evento potrebbe essere prodotto da una riduzione
di fertilità dovuta alla presenza di sostanze chimiche utilizzate
in agricoltura.
La nascita richiede generalmente alcune ore e appena
nati nascita i piccoli presentano un carapace molle e delle deformità causate della posizione assunta all’interno dell’uovo,
ma già a qualche ora di distanza il guscio acquisisce turgidità e
le pieghe scompaiono. A volte invece i piccoli forano l’uovo
e ne escono senza che il sacco vitellino si sia completamente riassorbito:
in questo caso si dovrebbero porre tali piccoli in un contenitore
con substrato in grado di mantenersi costantemente umido e in pochi
giorni il sacco vitellino sarà riassorbito e “l’ombelico” sotto
il piastrone cicatrizzato. I neonati sono molto simili ai genitori, anche se la colorazione risulta più vivace. Alla nascita i piccoli hanno
bisogno di bere acqua, e anche se sono completamente indipendenti
e possono essere allevati all’aperto, è necessario
adottare alcune precauzioni: una rete a maglie fitte sarà sufficiente
a difenderli da eventuali predatori, mentre un rifugio ombreggiato
e asciutto li proteggerà da sole e maltempo. Inoltre, al
fine di scongiurare il rischio disidratazione al quale i piccoli
sono esposti a causa delle ridotte dimensioni, di tanto in tanto
essi vanno posti in una bassa ciotola contenente acqua per consentire
loro di bere; nel bere le tartarughe restano con le narici sott’acqua
anche per diversi minuti. |
DESCRIZIONE
RAPPORTO CON L'UOMO
ALLEVAMENTO IN CATTIVITA'
SESSO E RIPRODUZIONE

Doppio scuto sopracaudale e astuccio corneo all'apice della coda

Taglia T.h.h. T.h.b.

Esemplare di Thb privo di macchie

Habitat mediterraneo

Tana

Nido
predato

Risveglio

Placca sopracaudale forata

Lesioni alla corazza

Malformazione ossea

Carapace usurato

Dimorfismo sessuale

Accoppiamento

Approcci tra femmine

Nido

Uova

Nascita

Uova in incubazione

Ombelico

Neonato su femmina adulta
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